RIVISTA ON-LINE DI CULTURA E TURISMO
- FEBBRAIO 2018 -
HOME - Puglia - Personaggi - Tito Schipa vive
Personaggi
Tito Schipa vive Nella ricorrenza dei 50 anni dalla scomparsa del grande tenore pubblichiamo con piacere il capitolo finale di Tito Schipa di Tito Schipa jr. (Lecce, Argo Editrice).
“L’artista che ami non muore”
di Tito Schipa jr.
CONDIVIDI Facebook Twitter

New York, primi Anni '20. Tito Schipa nei panni del Duca di Mantova nel Rigoletto (Foto Lumiere). Foto gentilmente concessa dall'Archivio Schipa-Carluccio

Un sogno ricorrente

Per un lungo periodo ho avuto un sogno ricorrente: mio padre era tornato.

Dopo una lunghissima assenza, simile a quelle sue lunghe tournée quando ero bambino, ricompariva a casa sorridente e affettuoso, ma cambiato, più vecchio, più stanco. E nel sogno, esattamente come quand’ero bambino, vedendolo tornare avevo un misto di contentezza e di disagio.

La sua lontananza era stata lunga quel tanto che basta perché io dovessi riabituarmi alla sua presenza, superare un leggero senso di estraneità. E in un angolo della mia mente mi accorgevo di essere un po’ sorpreso del fatto che non fosse ancora morto. Sì, mi accorgevo che durante la sua assenza mi ero preparato all’idea, avevo accettato l’idea della sua morte. Ma non sapevo distinguere se quest’ultima sensazione fosse parte del sogno, nascesse dalla mia consapevolezza della sua reale scomparsa o esistesse già nella mia infanzia.

Per quanto mi sforzi ancora di separare il sogno dalla realtà, mi rendo conto che mio padre era un ricordo, un mito dentro di me già quando ero ragazzo, e il vederlo tornare in carne ed ossa era sempre come un faticoso, magico, tormentato rito di resurrezione.

Così per me la sua morte vera continua ad essere, ora come allora, qualcosa cui mi ero preparato da sempre, un avvenimento spiacevole ma non traumatico, ambiguo ma del tutto irrilevante rispetto alla presenza profonda di lui.

Io credo che sia così per chiunque, amando un artista, ne sia un po’ figlio nell’anima. Un artista, e in particolare l’artista che ami, non muore. La morte non ha senso in questa dimensione, ogni poeta lo sa da sempre. Pensare alle spoglie mortali di Mozart o di Shakespeare dà ad ognuno di noi come l’impressione di uno scherzo di cattivo gusto. Cosa c’entra quella carnevalata, quel povero burattino inerte, con l’oceano di emozioni, la parola viva, il conforto eterno della sua opera? Il mistero della morte rivela tutta la sua assurdità quando a morire è un genio.

Un mistero simile, altrettanto imperscrutabile, è la reale natura di ciò che l’Arte suscita in noi. Ogni artista ha il suo incomprensibile gioco di prestigio, il suo volteggio perfetto al termine del quale ti ritrovi a chiederti:

Ma che è successo esattamente, come ha fatto?”

Nel caso di Tito Schipa il segreto è ancora più ermetico, difficile a mettere in parole. Per quanto tu l’abbia ascoltato e riascoltato mille volte nella vita, quando sei lontano dal giradischi ti ritrovi a pensare che quel bel signore leccese non è stato Caruso, certamente, o Beniamino Gigli o Giacomo Lauri Volpi, e nemmeno Frank Sinatra, o Louis Armstrong, o Carlos Gardel o Carlo Buti o Elvis Presley o Bob Dylan o Rod Stewart, o nessuno di coloro che ebbero nelle corde vocali uno strumento personalissimo, magistrale, e che sono diventati i capofila del loro specifico modo di cantare. E allora ti domandi perché ascoltando Tito Schipa tutto il resto ti è parso d’improvviso come crollare in una dimensione ridotta, in un campo nobilissimo ma ristretto, nel relativo, insomma, minima cosa davanti a qualcosa di assoluto.

Ti riavvicini al giradischi chiedendoti, per la millesima volta, se non hai esagerato un po’. E per la millesima volta, al distendersi di quella voce, di quella pronuncia perfetta, all’incredibile tensione dell’arco melodico, alla capacità di essere presente e sussurrante anche nel più astratto dei registri innaturali, ripiombi nella fascinazione.

Ti viene in mente un altro grande mistero della storia del Teatro: pensi ad Amleto, a quel ragazzetto rimuginante che non si è mai capito se sia scemo o se ci faccia, a quel mezzo uomo che non ha la statura di Lear, non ha il fascino di Jago, la perfidia di Riccardo, la passione di Romeo, eppure ogni volta che lo tiri fuori dalle sue pagine torna a presentartisi come il più grande in assoluto, come il fuoriclasse, il numero uno. Torni a chiederti perché. E concludi che chissà, la forza titanica di Amleto sta proprio nel suo non essere nessuno dei grandi personaggi particolari, ma nell’essere, stupidamente e definitivamente, l’uomo. L’uomo e basta, con una qualunque storia da uomo, talvolta appassionata, talvolta un po’ meschina e straziante, talvolta drammatica, talvolta buffa, ma necessariamente profonda per il fatto stesso di essere vivo, di essere l’uomo. Poi il genio enorme di Shakespeare, applicato ad un uomo qualsiasi, ha creato il capolavoro irripetibile.

Tito Schipa ha applicato alla voce di un uomo qualsiasi l’enormità di un’arte vocale, interpretativa e creativa, senza eguali nella storia del canto.

Per noi che apparteniamo a quell’area compresa tra il Mediterraneo e le selve dell’Europa centrale, l’area dove la vera grande musica è nata e ha toccato il suo culmine; per noi che abbiamo misteriosamente ripudiato la tradizione secolare della narrazione in musica che ci rese enormi al cospetto del mondo; per noi che dobbiamo pur conservare nascosti da qualche parte nei nostri cromosomi i ricettori del grande Melos; per noi è questo il modo di cantare che più di tutti dovrebbe rappresentare lo scatenamento dell’emozione, il risveglio di Dioniso, l’incanto davanti all’antico canto dell’uomo.

Davanti a quel disco che gira, ogni volta, ancora una volta, ci accorgiamo che con Tito Schipa non siamo solo all’ascolto di un grande cantante, ma di quella che sappiamo dovrebbe essere, per noi, la voce dell’uomo che canta. Stiamo ascoltando, semplicemente, il miracolo della voce. La nostra voce.

Altri articoli
Personaggi   Padre Pio, uomo del perdono Personaggi   Don Tonino Bello Messaggero di pace