
Piccolo e prezioso Nell’incantevole cittadina di Ruvo, la cui cattedrale vanta uno dei più bei rosoni romanici, un museo nazionale che offre un tuffo nella Magna Grecia, fra terrecotte, gioielli, armi.
Sul magnifico vaso di Talos il corpo nudo e morente dell’eroe è di una malinconia struggente di Lino Patruno
Ruvo di Puglia (Bari). Il magnifico
rosone della Cattedrale.
Foto Archivio Fotogramma
Quant’è bella Ruvo coi suoi corsi alberati e i suoi palazzotti ottocenteschi di pietra. E quant’è tenera la sua Cattedrale nella stretta piazzetta, completata nel 1237, illuminata da uno fra i più bei rosoni di Puglia e definita da Renato Guttuso il più mirabile esempio di arte romanico-contadina. Contadina perché qui è tutta una mareggiata di ulivi immortalati da un pittore e scultore come Domenico Cantatore nella sua emigrazione nelle nebbie di Milano. Al centro del grande Parco dell’Alta Murgia. A due passi da Castel del Monte, il mistero patrimonio dell’umanità. E non più lontana da Trani, la bella nobile del mare. E dalla Barletta della Disfida e del Palazzo della Marra con i capolavori di De Nittis.
E però, nella gara di meraviglie, che posto diamo al museo Jatta che da Ruvo irradia nel mondo l’ultima preziosa raccolta testimonianza di un tempo che fu? Ultimo museo italiano “fatto in casa” in anni in cui il gigantismo, la tecnologia e la pubblicità dominano anche la scena dell’archeologia. Ultimo museo con l’intimistica atmosfera di salotto, come se ad accoglierci fosse ancora un gentiluomo ottocentesco con tanto di barba e baffoni, Giovannino Jatta in persona. Perché questo museo è rimasto tal qual era, concezione tramontata ma per questo ancor più unica: pezzi senza ordine cronologico o geografico ma messi lì insieme alle proprie cose secondo gusti e propensioni del proprietario, che ogni giorno vi si aggirava godendone e commuovendosi.
E si capisce, arrivati come erano dritti dritti dalla Magna Grecia, e da lui sottratti a un destino di trafugamento o distruzione. Pezzi ciascuno dei quali farebbe la fortuna di un qualsiasi grande museo internazionale, come tanti altri rapiti e sparsi ovunque da New York a Monaco, da Parigi a Leningrado, da Londra a Karlsruhe. Erano da quasi tremila anni nel regno della morte lì attorno, cioè nelle tombe, tenera abitudine di consegnare loro tutti gli oggetti che sarebbero serviti al defunto nell’Aldilà. Testimonianza di vita e di un gusto estetico che ancora ci abbagliano.
Basta il solo vaso del Pittore greco di Talos a illuminarci di immenso, e chissà quanti miliardi darebbero per averlo. Correvano 2.500 anni fa, e mai storia fu più straziante. Era, Talos, un gigante posto da Giove a guardia di Creta per impedirne l’approdo. Invulnerabile, tranne che in una vena del malleolo “la quale potea divenir arbitra di sua vita o sua morte”. E anche gli Argonauti, reduci dalla conquista del Vello d’Oro, si sarebbero fermati davanti alla sua furia se non ci si fosse messa la perfida maga Medea, istigata dalle mortifere Parche. La quale Medea, “coll’invido sguardo, poi ch’ebbe invelenito l’animo”, tanto ammaliò Talos da fargli urtare il fatale malleolo a un sasso: “alfine esanime stramazzò con grandissimo rumore”.
Il corpo nudo e morente di Talos è di una malinconia struggente. Solo i dioscuri Castore e Polluce, che lo afferrano per un braccio e al petto, trattengono il suo volo dal vaso verso l’Eternità.
Talos non si è più spostato di lì dal 1848. E non solo vasi, ma statuine, terrecotte, gioielli, utensili, armi: una infilata da far girare la testa. Ancora lì insieme alle buonanime degli Jatta, si scommette ancora presenti, e cui Ruvo tanto deve e chissà se tanto dà. Ma per le quali di sicuro il buon Dio avrà avuto un occhio di riguardo, come si deve a chiunque abbia amato e conservato la bellezza specie se vertiginosa come questa.

