
Anfora apula a figure rosse con Achille
e Briseide
Il viaggiatore che arriva a Lecce farà bene a sostare al Museo Provinciale, dove potrà ammirare ciò che la città non gli ha potuto offrire, cioè la suggestiva civiltà messapica affermatasi tra il IX ed il III secolo a.C., prima dell’arrivo di Greci e Romani, o rimeditare gli splendori del Medioevo e dell’Età barocca attraverso dipinti, sculture, ceramiche ed altri raffinati oggetti raccolti, a partire dal 1868, dal duca Sigismondo Castromediano.
Egli era stato fondatore e primo direttore del museo. Carismatico personaggio dell’opposizione ai Borboni, finì in prigione e quindi fu condannato all’esilio. Tornò a Lecce dopo la caduta di Francesco II e la fine del regno di Napoli, diventando deputato al nuovo parlamento dell’Italia unita, per poi avviarsi agli studi di storia locale.
Raccolse i primi reperti e li espose in alcuni locali dell’ex monastero dei Celestini, dove il museo rimase sino al 1979, quando fu trasferito nella sede attuale che è un ex collegio costruito dai Gesuiti alla fine dell’Ottocento. Questo fu restaurato da Franco Minissi tra il 1970 e il 1979, con destinazione a Museo e Biblioteca Provinciali.
La visita può svolgersi secondo i percorsi preferiti che possono essere: la preistoria, i Messapi, i Romani, il Medioevo, l’Età barocca, gli artisti contemporanei.
I siti della preistoria raccontano l’evoluzione di una terra abitata sin dal Paleolitico. Ne viene fuori un quadro riassuntivo, dal Paleolitico medio all’Eneolitico, delle tecniche di lavorazione della pietra e della ceramica, con tutti i riferimenti cronologici e le destinazioni d’uso dei manufatti. Particolarmente attraenti alcuni oggetti come le divinità in osso raffiguranti la Madre Terra – dette Veneri di Parabita, dal luogo dove furono ritrovate –, e le ricostruzioni di alcune sepolture così come ce le ha consegnate l’archeologia.
Il percorso archeologico continua con la conoscenza dei Messapi, una popolazione che forse veniva dall’Oriente e che si affermò dall’Età del Ferro. Essi svilupparono una civiltà che si aprì ai contatti commerciali e culturali con la Grecia, da cui assimilarono l’alfabeto – come testimoniano numerose iscrizioni conservate nel museo –, e anche alcune forme ceramiche, sviluppando nel contempo tipologie esclusive come la singolare “trozzella”. Dai Greci impararono anche alcuni modelli sociali, come il vivere in città circondate da ampio giro di mura, come illustrano i pannelli delle ricostruzioni di Rudiae, Cavallino, Roca, Alezio, Ugento e altre città dei Messapi oggi a noi note attraverso le campagne di scavo archeologico ampiamente illustrate nel museo.
Qui, tutte le tipologie dei materiali (ceramiche, bronzi, terrecotte, vetri…) si offrono con le risposte a tutti gli interrogativi: come erano fatti, a cosa servivano, come sono stati trovati e restaurati. Tra quelli di maggior pregio e singolarità si segnalano: la pelike (vaso per contenere il vino e l’olio) a figure rosse con la raffigurazione di un antefatto della mitica guerra dei Sette contro Tebe, quello che riferisce del dono della collana di Armonia ad Erifile da parte di Polinice, perché la donna convincesse il marito Anfiarao a prendere parte alla spedizione, pur sapendo che vi sarebbe morto; l’anfora panatenaica con il colloquio tra Achille e Briseide, opera magistrale di uno dei primi e dei più bravi, il cratere a colonnette importato da Atene con i Sileni intenti a pigiare l’uva, i cinturoni in bronzo che facevano parte della armatura da difesa, il braciere per arrostire le carni e gli strigili in bronzo che servivano agli atleti a detergere il corpo e depilarsi. Segue la ceramica a vernice nera con sovradipinti motivi floreali, geometrici e anche figurati, in giallo, bianco e rosso. Molto bello e ben conservato il cratere con la menade danzante.
La ceramica messapica è, invece, caratterizzata dall’assenza di vernice e dalla decorazione eseguita a tempera in bruno e rosso con motivi vegetali e geometrici.
Raramente appare la figura, come in una trozzella rinvenuta a Rudiae con Eracle nel giardino delle Esperidi.
Nel più raffinato ed elegante museo di Puglia, anche la museografia è oggetto di attenzione da parte del visitatore. Una sorta di passeggiata archeologica per il Salento, da Lecce a Leuca, ci farà incontrare le statue in marmo bianco provenienti dal teatro romano di Lecce, le porte in pietra dipinta di un ipogeo di Rudiae, i capitelli arcaici in carparo rinvenuti a Cavallino, una cariatide in pietra leccese da un’ipogeo messapico di Vaste, e la documentazione di scavo di tutti i siti archeologici del Salento.
Una sensazione di quella che è l’esplosione barocca del capoluogo e di tutti i paesi del Salento con il fascino dei frammenti medievali ovunque ancora presenti si coglierà al terzo piano del museo, dove la pinacoteca non farà rimpiangere la salita: polittici, sculture, ceramiche, dipinti narrano di una città che è sempre stata viva e culturalmente pretenziosa.

