
Il mito del sex symbol del muto non conosce tramonto Nella sua città natale, Castellaneta, in provincia di Taranto, un piccolo museo con preziosi cimeli e curiosità.
Hollywood, che ne decretò la fama, conserva le sue spoglie di Lino Patruno
Rodolfo Valentino e Lila Lee in Sangue e arena in una delle immagini esposte nel Museo di Castellaneta (Taranto) dedicato all'attore. Foto gentilmente concessa dalla Fondazione Rodolfo Valentino
“Chi sei, mio signore? Non conosco il tuo nome”.
“Io sono colui che ti ama, non ti basta?”.
Non poteva che essere Rodolfo Valentino il protagonista maschile di questo duetto: cioè uno fra i più grandi amatori nella storia del grande schermo. Prima di miti alla Clarke Gable o alla Alain Delon. L’attore partito dal profondo Sud italiano della pugliese Castellaneta e approdato a Hollywood: inaugurando col suo arrivo la grande stagione del cinema muto e concludendola con la sua prematura scomparsa.
Un agguato del caso ha voluto che il museo che la sua città gli ha dedicato, lui un simbolo sessuale universale, sia sorto in un ex convento di clarisse. Va bene che si parla di cunicoli segreti per incontri clandestini delle suore, ma tant’è. Qui, in questo intrigante covo fra le stradine del centro storico, tutto parla di lui, a cominciare da un letto che però è quello innocente degli anni da bambino.
Ma c’è la tenda del Figlio dello sceicco, uno tra i film che lo ha reso celebre. E poi pellicole di altri suoi film (Lo sceicco, Aquila nera, Sangue e arena). E foto, tante foto con quelle sue pose fatali che facevano cascare tutte. E anelli, spille, locandine. E anche la pagellina delle elementari, quando beccò una bocciatura rivelando quel carattere ribelle che lo fece espellere dal convitto di Perugia. Allora andò a Parigi a imparare il tango fino all’imbarco verso l’America: “l’Italia è troppo piccola per me”.
Tra New York e San Francisco fece il cameriere, il ballerino, il rappresentante di vini. Finché arrivò a Hollywood. Prima comparsa, poi ruoli di ubriaco, mendicante, apache, ma sempre da “cattivo”. Finché, nel 1921, con i Quattro cavalieri dell’apocalisse, il trionfo: il famoso tango con Alice Terry lo consegnò alla leggenda a 26 anni. Diventò Rodolfo Valentino.
Il resto della sua storia è raccontata appunto nel museo, che davvero occorre visitare. Qui vi accoglie la grazia mezza brigantesca di una meridionale convinta come Daniela Pugliese. E poi la gentilezza degli altri, a cominciare dal direttore della Fondazione, Carmelo Perrone. Museo tanto frequentato da italiani quanto da stranieri, o forse più da stranieri. Europa, Americhe, Canada, Giappone, Cina, Russia. Perché, come spesso avviene, Valentino è più noto all’estero che in Italia.
Lo amano soprattutto nell’America che lo accolse come tanti. E che ne conserva le spoglie nel cimitero delle celebrità della mecca del cinema, dove il pellegrinaggio è quotidiano. Il fatto è che la sua opposizione al fascismo lo mise al bando insieme ai suoi film, riesumandolo solo quando il regime volle sfruttarlo come Superuomo dell’italica stirpe.
Ora, a Castellaneta, oltre al museo parla di lui una statua in maiolica fonte di mille polemiche per il suo evidente kitch. Ma la città sembra apatica verso quel suo emigrante che ce la fece fino al punto da diventare a lungo l’italiano più noto al mondo, insieme a Carnera, insieme a Marconi. Uno struggente Sciupafemmine dallo sguardo di fuoco che se ne andò troppo presto per non lasciare un rimpianto indelebile.
Una peritonite finita in setticemia se lo portò a soli 31 anni e la lunga scia della valle di lacrime è arrivata fino ai giorni nostri: “Io sono colui che ti ama, non ti basta?”.

