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- OTTOBRE 2017 -
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LA POESIA

Carme Bisecolare di Joseph Tusiani
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I

 

Quale sarebbe stata la mia vita

se nel luogo natio fossi rimasto?

Quali sogni diversi

sognerei oggi? Non posso nemmeno

paragonare il mio stato umano

con quello duna pianta

divelta dal suo salubre terreno

e altrove ripiantata sotto l’identico cielo.

Come a me l’alto disegno del Fato,

per sempre incomprensibile

sarà la mia stessa domanda

all’unità immortale del tutto:

montagna e roccia che la forma, oceani

ed onde che li creano, cielo e nube,

e sole e luce. Tutto questo scindi

ed hai deserto, voragine e notte.

Eppure più non sono

l’uomo ch’io ero: le radici da cui

son germinato sono oggi altrove.

Sbarbicato! È questo il vocabolo che cela

la storia dolorosa

di chi ha perduto con la giovinezza

perfino le radici?

 

Quale sarebbe la mia vita oggi

s’io fossi in mezzo ai miei alberi restato?

 

 

II

 

Mi si lasci stasera pensare

alla forma delle stelle –

non all’illimite magma che confonde

l’umano pensiero il cui trionfo è il dubbio

 

né ai translucidi suoni

che dal centro delle infinità

elettrizzano corpi celesti vicini e remoti

creando soli oltre il sole a me noto.

 

La forma, mi si lasci pensare

alla forma delle stelle stasera.

Qualcosa mi dice che anch’io son nato

sotto il segno d’una di esse

fatta a foggia di nave

affollata di povera gente,

silenziosi emigranti:

la mia etnica stella.

 

 

III

 

Rimpiango le mie origini parlando

questa lingua imparata? Rinuncio,

discorrendo in termini di dreams,

ai sogni della mia adolescenza?

Che cosa è in me mutato, ch’io credevo

immutabile? Qualcosa è pur cambiato,

lo sento. Ogni pensiero, ogni parola

ogni giorno di più mi distacca

da tutto quello che solevo amare:

il vostro viso, o amici d’un tempo,

e quelle nostre frasi d’allegrezza

che non c’era bisogno di tradurre.

Madre, io oggi mi chiedo perfino

se sono il fanciullo che ero e che tu conoscevi.

Non t’aspettavi tu che il tuo piccolo bimbo

crescesse lontano da quello che era il tuo mondo,

il mondo ch’egli imparò ad amare

attraverso i tuoi occhi:

semplice e intraducibile,

fatto di un’unica luce perfetta.

Ma all’improvviso gli insegnarono a dire

Mother per mamma e per cielo sky:

quel giorno, ci perdemmo. Ora mi guardi

come se io fossi un po’ di più, ed anche

un po’ di meno, di quello che un figlio –

il tuo bambino – dovrebbe essere.

Sì, m’hanno insegnato a tradurre ogni cosa,

anche me stesso, in una qualche nuova

e antica immensità di radici e rami,

sì che ora mi domando chi sono

sotto lo sky di mia terra da tempo perduta.

 

 

IV

 

Da tempo perduta, era tal la mia terra

che, pur di nevi piena,

non cancellava il sogno

della mia mente serena.

 

Ma semplice era il sogno

nel pensiero illuminato,

semplice come l’ultimo raggio

di un sole inabissato:

 

papier-mâché invece di veri pastori,

muschio dipinto

in luogo d’un prato d’aprile,

e invece di lume vivente

 

pastelli colorati

in ogni angolo affissi:

ed ecco in forme diverse

la mia cosmica meraviglia.

 

Mio quel presepio, colmo

di Tu scendi dalle stelle,

unico canto e condizione

d’intime cose belle.

 

Ma ora la mia terra

è l’emisfero occidentale,

questa Atlantide misteriosa

ove uomini come me e te,

 

di nome emigranti, a Natale

non cantano Silent Night

ma possono solo pensare

a un presepio oltre il mare.

 

 

V

 

Due lingue, due terre, forse due anime?

Non oso chiederlo a questi fiori familiari,

ciascuno dotato d’una singola lustra corolla.

Né oso domandarlo a quella quercia severa

dalle lunghe e profonde radici

che si arrestano innanzi all’ostacolo del vicino ruscello

quasi aborrendo estraneità di suolo.

Chi può dunque risolvere l’enigma del mio giorno?

Due lingue, due terre, forse due anime...

Son io un uomo o due strane metà d’uno solo?

Sobria luce indifferente

che innanzi a me con lucido ghigno tramonti,

poiché non c’è risposta al mio dilemma,

mi consolo pensando che anch’io,

al pari della terra che non deve

proclamare d’un tratto il tuo completo trionfo,

devo, in attesa della mia aurora,

diventare la notte di me stesso.

O forse, come la tua incontrollata fiamma

distruggerebbe questo emisfero

riducendolo in cenere, anch’io

adempio al volere del fato

dandoti, o sole, un’opportunità

di misericordia su questa mia vita indifesa.

 

 

VI

 

Civis americanus sum. Ho giurato

fedeltà alla Bandiera di Cinquanta Stelle:

Evviva l’America! L’America evviva!

 

Ora appartengo alla terra le cui ferite

creano un’alba ed un epico canto

che né silenzio né tempo potranno affievolire.

 

Ora, ora soltanto per ogni ingiustizia subita

finalmente scopro la mia identità:

sono la enorme folla italiana.

 

Sono il presente perché sono il passato

di quanti per il loro futuro son giunti,

umili ed innocenti eppure scacciati.

 

Io sono il sogno del loro giorno eterno,

il sogno sognato in miniere senza luce;

io sono il loro buio e il loro raggio supremo,

 

il loro silenzio e la lor voce: parlo e scrivo

perché loro sognarono ch’io scrivessi e parlassi

della lor morte in nessun registro notata.

 

O gloria! Sono il pane ch’essi vennero a cercare,

il tralcio piantato per la loro unica estasi,

il loro più solenne picco duraturo.

 

A questa mia vita ha fatto ampio largo la lor morte.

 

 

 

Da Gente mia e altre poesie (1978)

Traduzione di Maria Pastore Passaro

 

 

Tramonto tra gli ulivi di Puglia. Foto Archivio Fotogramma

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