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- OTTOBRE 2017 -
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L'INTERVISTA

Antonio Monda
L’indegno: quando l’amore mette la fede a dura prova
di Giovanni De Benedictis
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Bridge Puglia USA incontra Antonio Monda. Figura a dir poco poliedrica – giornalista, docente di storia del cinema alla New York University, direttore del festival letterario “Le conversazioni” e della “Festa del cinema di Roma” – è giunto a Lecce in veste di scrittore. Il suo ultimo romanzo, L’indegno (Mondadori, 156 pagine, 18 euro) è il quarto della decalogia newyorchese apertasi con L’America non Esiste.
Stavolta l’autore narra di padre Abram, figlio di un artista di strada ebreo, sacerdote che difende strenuamente gli ultimi e allo stesso tempo lacerato dall’amore (carnale) per Lisa. Una vicenda tutta interiore, che però non si astrae dalla Storia della Grande Mela.

 

Cosa l’ha spinta a dar vita a questa saga in progress?

Il progetto nasce dall’ambizione di raccontare personaggi in quell’affresco che è la storia della New York del Novecento. Ogni libro è ambientato in un decennio diverso (dal 1910 al 2000), strutturato in modo che si possa leggere autonomamente, anche se più personaggi sono legati fra loro.

Che rapporto hanno i suoi libri con la Storia?

Non costituiscono un tentativo di estrapolarsi dalla Storia, di creare un presente-infinito, ma – al contrario – di rileggerla. Ecco perché compaiono personaggi realmente esistiti, come i due pugili Alì e Foreman in questo caso, o Nixon (La casa nella roccia), Theodore Roosevelt (Ota Benga) o l’infamous senatore McCarthy (L’America non esiste).

Potremmo definire L’indegno un romanzo da camera?

Come Assoluzione (il mio primo libro, esterno a questa saga), questo è un romanzo d’interni, ambientato più in stanze chiuse – la parrocchia, la chiesa, la camera da letto – che all’esterno. Anche se vi sono degli squarci, come in una scena ambientata al di fuori dello Studio 54, con Bianca Jagger che va via a cavallo. Questo perché il conflitto è enorme e interiore.

Il protagonista è un prete non esattamente esemplare, sia per ciò che fa che per il suo retroterra. Può dirsi un uomo di fede?

Lo è, senza dubbio. Ma vive un tormento: essere un uomo che crede nella Verità di Cristo e allo stesso tempo anche nella carnalità. È fortemente attratto dalle donne, in particolare da una donna di cui s’innamora. Vive nel tormento questi due estremi.

Che posto occupa Dio nel mondo di oggi?

È una domanda enorme. Credo che l’anelito di assoluto e la presenza della fede siano qualcosa di eterno, da cui nessuno – ateo o no – riuscirà a prescindere o a sbarazzarsi. Oggi abbiamo una chiara rinascita di sentimenti e temi religiosi, a volte anche in termini pericolosi, estremisti e fondamentalisti.

C’è il cinema nei suoi romanzi?

C’è e ci sarà sempre. Questa è una storia che può essere anche facilmente sviluppata come sceneggiatura. La mia altra attività è quella di direttore della “Festa del cinema” di Roma; nasco nel cinema come assistente di grandi registi come i fratelli Taviani; ho fatto a mia volta il regista. Il mio modo di pensare è per immagini: per questo ho una scrittura veloce, che spero non significhi di poca qualità, ma attenta al ritmo.

Quanto è difficile far apprezzare il grande cinema al grande pubblico?

La storia del cinema ci ha insegnato che esistono grandissimi film che hanno incassato tanti o pochissimi soldi, e viceversa. Pensiamo al Padrino: un capolavoro che ha incassato enormemente. Invece, tutto il cinema di Bresson, chi l’ha visto? Ma anche molti film che ora giustamente veneriamo, come i capolavori del neorealismo, non è che abbiano preso tanto all’epoca.

Colpa degli autori?

Sono sempre contrario a una forma d’arte ostica, esoterica, per pochi eletti. Credo in un’arte che possa e debba saper comunicare il più possibile. Non ho la formula. Altrimenti i produttori l’avrebbero già applicata e farebbero ancora più soldi.

L’Italia dovrebbe fare di più?

Certamente il governo francese è quello che difende di più il proprio cinema, e questo ci insegna che si può dare una spinta. Ma non sarò mai favorevole alle quote, né ci si deve appoggiare all’idea che sia lo Stato a dover aiutare: sarebbe una strada molto pericolosa.

 

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