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L'EDITORIALE

11 settembre
dieci anni dopo
di Flavia Pankiewicz
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L

o spunto fornito dalla magnifica rassegna Frontiere – La prima volta, a Bari dal 21 settembre al 1° ottobre, rimanda, inevitabilmente, al tragico decimo anniversario dell’11 settembre, rievocato, in questi giorni, da tutti i media con fiumi di parole e di immagini.

      Quella è stata, per tutte le generazioni successive alla seconda guerra mondiale, nell’intero mondo occidentale, la prima volta in assoluto in cui abbiamo avuto la sensazione di essere in guerra. E si trattava di una guerra del tutto diversa dalle precedenti, perché nessun luogo sembrava più sicuro se nella banale quotidianità di un assolato mattino di settembre, senza preavviso, a New York, a Washington, nelle sfavillanti roccaforti del pianeta, poteva improvvisamente scatenarsi l’inferno. Quella fu “la prima volta” in cui andarono in frantumi “le frontiere” delle certezze dell’Occidente.

      Poi, in un battito di ciglia, sono passati dieci anni, con nel mezzo due guerre che hanno aggiunto al numero dei morti di nine/eleven quello di migliaia di soldati americani e di un numero mai conosciuto di afgani e iracheni.

      Sarebbe bello se all’hard power delle armi e della guerra, con la sua scia di sangue e di vite spezzate, si potesse contrapporre e sostituire per sempre il soft power della cultura, il potere del cinema, della letteratura, dell’arte, di penetrare nelle coscienze, di cambiare il mondo. Prima di ogni rivoluzione, prima di ogni grande cambiamento, c’è stato un cambiamento nella mente degli “attori”, un’idea che ha preso forma e conquistato il cuore e la mente di chi poi ha agito. In questo ha una responsabilità enorme chiunque produca cultura, a qualunque livello. Perché si possono creare i tasselli di un grande mosaico. Perché sostenere la cultura, le culture, gli scambi culturali, il multiculturalismo, il superamento delle frontiere, anche quelle invisibili tra ricchezze e povertà, fra “centro” e “periferia” del mondo, significa sostenere l’unica strada davvero possibile per un futuro di pace.

      Mi piace la scelta con cui alla fine è stato decretato che a New York, nel sito del World Trade Center, accanto al grattacielo ancora in costruzione della Freedom Tower, che dovrà tornare a far svettare verso l’alto il sogno infranto degli americani, ci siano, esattamente dove sorgevano le due torri, due vuoti, che – è stato detto – nessun architetto potrà mai colmare, due grandi vasche colme d’acqua che scroscia in continuazione, con incisi i nomi di tutti coloro che nei “gemelli” persero la vita, circondate da un bosco di 400 querce, il Parco della Memoria, in cui sorgerà anche un museo dedicato alla tragedia. Il luogo si preannuncia come una calamita per il turismo americano e internazionale e c’è chi critica i già richiestissimi tour guidati dai superstiti di quella tragica data e tutto l’immenso apparato dell’indotto che si sta inevitabilmente creando.

      È banale ma inevitabile constatare che la vita continua e che, come vuole un americanissimo diktat, the show must go on. Questa volta in un luogo dalle caratteristiche inusuali per l’isola di Manhattan: solo due vasche colme d’acqua in un bosco di querce, una semplicità solenne che invita a fermarsi, a riflettere.

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