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- NOVEMBRE 2017 -
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L'EDITORIALE

“Molto forte, incredibilmente vicino” di Flavia Pankiewicz
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S

arà difficile archiviare il maggio nero del 2012. L’immagine del volto dolcissimo di Melissa Bassi, vittima innocente della barbarie insensata dell’attentato di Brindisi, ha lasciato un segno indelebile: quello dello sconforto di scoprire ancora una volta a quali aberrazioni può arrivare la mente umana. Che sia mafia, terrorismo o gesto isolato la follia che semina morte tra i ragazzini di una scuola in un mattino di primavera è un orrore che neanche le parole più estreme riescono a definire.

      L’altra tragedia davanti a cui ci si sente impotenti, quella del terremoto in Emilia, che sta mettendo in ginocchio vaste aree di una delle regioni più operose d’Italia, accresce l’amarezza e l’ansia già diffuse per la generale crisi economica in cui non si intravedono ancora segnali di speranza.

      Per quella strana interazione che spesso si crea tra arte e vita mi è sembrato di straordinaria attualità Molto forte, incredibilmente vicino, il film di Stephen Daldry in questi giorni sugli schermi, tratto dal bellissimo romanzo di Jonathan Safran Foer, che ha come punto di partenza della storia quell’11 settembre del 2001, “madre di tutti gli attentati”, che ha segnato i nostri anni. Un film toccante, in cui è difficile trattenere le lacrime: per il destino insensato che strappa un genitore amatissimo a un bambino (ma ci sono decessi in cui intravediamo “un senso”?), per il rapporto altamente conflittuale che, nonostante l’amore, Oskar, il bambino, ha con sua madre (l’amore, dunque, non è sufficiente a risolvere tutto), per la sua tenace ostinazione con cui rifiuta l’accaduto e cerca, partendo da una chiave ritrovata, con tutte le sue forze, un senso, una spiegazione, che non può esserci. Per il coraggio con cui lui, come noi pieno di paure e insicurezze, affronta, pur di procedere nella sua ricerca, tutto quello che gli fa paura con un semplice talismano, un tamburello da cui non si separa mai e che agita, nei momenti di maggiore tensione, per esorcizzare la paura. E per la forza con cui un tipo come lui, (come noi?), solo e solitario e propenso all’introspezione più che all’apertura verso gli altri, sceglie di affrontare la gente, di tuffarsi nel mondo, per cercare le risposte alle sue domande.

      E l’ovvia conclusione, del protagonista e dello spettatore, è che non ci resta che continuare a vivere e sperare che forse la cura, “il senso”, venga dalla vita stessa, dall’accettazione della precarietà, dall’incessante rapportarsi con gli altri, dalla ricostruzione della trama dei rapporti affettivi.

      Ci servirà, quel tamburello di Oskar, nel mare aperto delle nostre giornate.

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