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- MARZO 2017 -
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Grottaglie e le sue ceramiche attraverso la vita del benefattore Vincenzo Calò Un volume di Roberto Burano dedicato all’illustre medico grottagliese ne ricostruisce la vita strettamente legata alla storia delle magnifiche ceramiche della città di Raffaele Nigro
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      La storia di Grottaglie, cosa che non accade in tutte le comunità, è l’insieme di tante piccole storie. Nel senso che a formare la storia della comunità sono stati i singoli maestri d’arte ceramica, quei i maestri che nell’impegnarsi a costruire la propria fortuna hanno creato una tradizione collettiva.

      La biografia di Vincenzo Calò, poliedrico medico grottagliese vissuto a cavallo tra Otto e Novecento, una creatura di quelle che oggi non siamo più abituati a incontrare, un benefattore dell’umanità, è in un volume-studio, Vincenzo Calò (Scorpione Editrice, Taranto), di Roberto Burano, scoppiettante biologo di Grottaglie, un uomo impegnato nel volontariato e dalle molte passioni: oltre che dedito alle scienze mediche è appassionato di recitazione teatrale, di studi su Federico lI di Svevia e sulla cultura e storia del paese natale. Lo accompagnano, nella ricostruzione della vita e dell’operatività di Calò, le riflessioni critiche memoriali di Guglielmo Matichecchia, già preside del locale Liceo Moscati. L’indagine, tutta di prima mano, nasce da un difficile scavo tra fogli a stampa di secondo Ottocento e di primo Novecento, tra pagine degli archivi comunali di Grottaglie e di quelli dello Stato, e segue la vita di Calò sistemandola in sei quadri narrati: dal Calò sul letto di morte e riconducibili a una serie di scene teatrali. Si parte ovviamente dal 17 novembre 1861, data di nascita dell’illustre concittadino.

      Laureatosi a soli 22 anni a Napoli in Medicina e Chirurgia con Enrico De Renzi, Calò conosce nella capitale il gesuita Felice Tanzarella, frequentando la chiesa del Gesù Nuovo, dove sono conservate le reliquie del suo concittadino, San Francesco De Geronimo. Calò avvierà una fitta rete epistolare, oggi utile a Burano per ricostruire questa sfilacciata vicenda biografica; per riportare a Grottaglie i gesuiti allontanati da Garibaldi con un decreto del 1860. Al giovane Calò capita la fortuna di avere, tra coloro che assistono nel 1883 al suo esame di laurea, due grandi della cultura nazionale del tempo, il giornalista e scrittore Ruggero Bonghi e il cardiologo e clinico Guido Baccelli. Stupito dalla preparazione del giovane, il Baccelli lo invita a iscriversi alla scuola di specializzazione in Igiene a Roma. Calò si occuperà di tumori e rientrato a Grottaglie si dedica a un apostolato medico incessante e se ottiene il rientro dei gesuiti, grazie ai quali conosce il barnabita Giovanni  Semeria, nel 1922 verrà insignito di una medaglia d’oro per quanto ha svolto, per la sua attività di medico non attaccato al denaro ma alla salute dei concittadini e per la sua vigile attenzione come membro del Consiglio d’amministrazione dell’Acquedotto Pugliese.

         Ma Calò ha un sogno particolare, secondo le teorie del berlinese professor Julius Stumpf, l’argilla è un presidio medico utile come antisettico, cicatrizzante ed energizzante. Cominciò a farne largo uso, soprattutto nelle epidemie di colera, di vaiolo e di spagnola. L’argilla era un prodotto nobile della terra ed era giusto che ogni casa ne possedesse un piccolo quantitativo, sia come mezzo medicamentoso, sia come manufatto. La ceramica, aveva notato don Vincenzo, era una passione viscerale di Cosimo, uno dei figli avuti dal matrimonio con Francesca Parabita. Di qui il passo gigantesco e folle. Un passo fatto per Cosimo ma soprattutto per accrescere la nobiltà figulina della comunità. Mentre continuava ad esercitare la medicina, versava il denaro guadagnato in un’impresa ceramica per la quale spese un milione di lire oro. Una somma enorme. L’azienda Vincenzo Calò sorse alle spalle della villa gentilizia, nel Parco delle Rimembranze, e il fondatore introdusse molte innovazioni che imposero la qualità della ceramica grottagliese a livello nazionale. Acquistò grandi macchine elettriche per frantumare la creta, sostituì con forni elettrici i vecchi forni a legna, per risparmiare agli operai tante malattie del sistema respiratorio. Da collaboratori emigrati a Corfù, a Faenza, a Castelli, ascoltava dei consigli quando rientravano in visita ai parenti e introdusse l’ingobbio di creta rossa e gli smalti naturali per rendere inattaccabili i manufatti. L’ingresso al laboratorio era in un salone adibito a esposizione permanente di vasellame. Una novità se si tiene conto dei tempi molto poveri che si attraversavano. Trasformare la produzione in qualcosa di moderno, nel rispetto della passione artigianale fu dunque un suo punto di forza.

Vincenzo Calò si ammala di quel tumore che ha studiato da giovane, i suoi infusi con argilla a nulla gli valgono se la mattina del 28 agosto 1933 si spegne, a settantuno anni. L’affetto della città per il benefattore è tale che si svolgono funerali pubblici e solenni pagati dalla cittadinanza e si propone di intitolargli la Scuola di Ceramica di Grottaglie e in Piazza Principe di Piemonte di elevargli un busto marmoreo.

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