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Torino
“Da Hopper a Warhol”
tra le dolci colline di San Marino
Nella Repubblica del Monte Titano una mostra dedicata alla grande pittura americana del ’900.
L’Action Painting di Pollock e la Pop Art di Warhol ma anche Edward Hopper, Georgia O’Keeffe, Andrew Wyeth…
di Pietro Marino
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Andy Warhol. Jackie. 1964

      Sui tornanti che salgono verso il Monte Titano s’incontra Palazzo S.U.M.S., un edificio moderno quasi sospeso sulle valli. La sigla richiama la Società Unione di Mutuo Soccorso, centenaria istituzione di San Marino che, assieme alla Fondazione Cassa di Risparmio della Repubblica, destina larghi spazi della struttura a mostre ed eventi di arte e di cultura. Spicca ora, da gennaio a giugno del 2012, una rassegna di pittura americana del XX secolo “da Hopper a Warhol”: vi figurano opere – quasi tutte di grande formato – di 15 autori celebri. Succinta ma succosa antologia di protagonisti di alcune delle vicende che hanno imposto nel Novecento l’arte degli USA nel mondo. L’ha curata Marco Goldin, che con la sua impresa “Linea d’Ombra” propone da venti anni in Italia mostre dedicate alle grandi firme dell’arte con taglio divulgativo e vasto richiamo mediatico. A questi criteri risponde con successo la mostra sanmarinese, che si collega ad un’altra vasta rassegna di capolavori “da Vermeer a Kandinsky”, in corso a Rimini nel Castello dei Malatesta.

      Nel panorama americano un posto d’onore è riservato alle due art stars, Jackson Pollock e Andy Warhol. Protagonisti di due facce opposte della cultura e della società emerse vincitrici dopo la seconda guerra mondiale. La libertà individualista e ribelle, il senso fisico dei grandi spazi, la larghezza nevrotica ed inquieta dei gesti, nel primo. L’accettazione cinica e amara al contempo della società di massa e mediatica, della cultura del consumo e della serie, nel secondo. Action Painting degli anni Quaranta-Cinquanta versus Pop Art dei Sessanta-Settanta, si potrebbe dire. Comuni a entrambi (e convergenti nella american way of life) la sfida individuale del cambiamento e dell’innovazione, l’epica del “far grande”, il combattimento fra sentimento della durata e presentimento dell’entropia, della “vita bruciata”.

      Di Pollock (morto schiantandosi ubriaco con la sua auto nel 1956 a 44 anni) si vedono le opere Number 8 e Number 9 del 1952, esempi vibranti di dripping, pittura ottenuta scolando vernici sulle tele per terra. Azione che rinvia anche alle “pitture di sabbia” dei nativi americani. Di Warhol (ferito in un attentato nel 1968, morto dopo una banale operazione nel 1987 a 59 anni) sono esposte una Jackie (Kennedy) del 1964, ritratto serigrafico assunto a fascinazione iconica con la semplificazione delle tinte a vernice, e due tele tarde, del 1986. Dove la Statua della Libertà e il volto stesso dell’artista divengono “maschere” emergenti da onde di macchie mimetiche. Nell’area storica della Action Painting possono essere ricondotti a vario titolo altri grandi artisti rappresentati in mostra come Gorky, Rothko (suicida nel 1970 a 67 anni), Kline, Louis, Francis. Altro esponente della Pop Art è Liechtenstein. Mentre al Post-Pop degli anni Ottanta rinvia la Graffiti Art di Keith Haring (morto di Aids a 31 anni nel 1990) con il suo omino ridotto a segmenti segnaletici sui muri nei labirinti delle subways.

      Vengono da più lontano, dal realismo sociale degli anni Venti-Trenta – gli anni del New Deal rooseveltiano – esperienze di altri grandi artisti. Operanti quasi in silenzio, appartati nel tempo fermato rispetto alle rivoluzioni che incalzavano e si succedevano, ma oggi in pieno recupero di riconoscimento internazionale. Parliamo di Edward Hopper, di Georgia O’Keeffe, di Andrew Wyeth. Tre brevi ma intensi lampi li rivelano in mostra. Di Hopper la vetrina illuminata di notte, nel deserto della metropoli, di un Emporio (1927) con insegna che offre in vendita dei lassativi. Di Georgia O’Keeffe un araldico Teschio di Cervo impalato a un albero come un trofeo di bellezza mortuaria contro il profilo lontano del monte Pedernal (1936). Quasi una sintesi visionaria ed epica della natura selvaggia del West, esaltata da un’artista vissuta per gran parte della sua vita centenaria (1887-1986) nel deserto del New Mexico. Meno conosciuto in Europa, ma altrettanto grande e di altrettanto lunga vita, è Andrew Wyeth (1917-2009). Il suo Sloop Day (1975) inquadra frontalmente una casa colonica nel Maine, con taglio da straight photography alla Weston ma in luce abbacinata, in distacco quasi metafisico.

      A Wyeth, Marco Goldin intende dedicare in futuro una approfondita retrospettiva. Così San Marino avverte – con i suoi indizi e anche con le omissioni – che vastissimo è il panorama dell’arte americana, come i suoi orizzonti. Altre esplorazioni virtuali sono attese dal pubblico italiano. Una rassegna nuova è già in corso a Roma, nel Palazzo delle Esposizioni: su “L’avanguardia americana 1945-1980”, con opere provenienti dal Guggenheim di New York e dalle sue sedi europee, Bilbao e Venezia. Ma occorre intanto discendere a valle, lasciare a malincuore la Rocca e le sue suggestioni di cultura e di natura.

 

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