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- NOVEMBRE 2017 -
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Cultura
Così tanto…
nella città dei tre “senza”
Ricca di storia, arte e tradizioni Padova è imperdibile per alcuni dei suoi gioielli, come la Cappella degli Scrovegni (1302), interamente affrescata da Giotto, e l’Orto Botanico Universitario, fondato nel 1545 di Dario C. Nicoli
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Padova. Basilica di Santa Giustina in Prato della Valle. Foto di Dario C. Nicoli

      Città dal caffè senza porte, dal prato senza erba, dal Santo senza nome. Trecentomila abitanti, cuore pulsante del Veneto, Padova si offre al mito che la vuole fondata da Antenore, l’eroe fuggito con Enea dopo la distruzione di Troia e che, risalito l’Adriatico, ha trovato qui la sua nuova patria. Il suo sarcofago troneggia nel piazzale antistante la Prefettura e non importa se all’interno pare vi siano i resti di un gigantesco guerriero ungaro: il mito è nel cuore dei padovani e vi rimarrà nei secoli a venire.

      Così come rimarrà nella storia l’antico detto dei tre “senza”: il Pedrocchi, caffè senza porte, che Giuseppe Jappelli costruì nel 1831 come luogo di accoglienza per chiunque volesse riposarsi dopo una passeggiata nel centro cittadino e che ancora oggi offre la “sala verde” senza obbligo di consumazione a chi desidera leggere in santa pace un giornale, fare colazione al sacco, o allo studente universitario che ripassa gli appunti prima di sostenere un esame nel vicino Bò (il Palazzo dell’Università). Senza erba è il Prato della Valle, un’area di quasi novantamila metri quadrati un tempo paludosa, meravigliosamente riorganizzata nel 1767 grazie ad Andrea Memmo, che l’ha fatta diventare una delle più grandi e belle piazze d’Europa. Senza nome, Antonio, il Santo per eccellenza. Talmente conosciuto che non ha bisogno di essere chiamato col nome Sant’Antonio è “il Santo” per antonomasia. E la sua grandezza sta anche in questo. Tutto a Padova si indica col solo nome “Santo”: Via del Santo, Piazza del Santo, la città del Santo, la Basilica del Santo, ecc. Prima agostiniano e poi francescano, nato a Lisbona intorno al 1200, morto a Padova poco più che trentenne e venerato in tutto il mondo. Valente predicatore, elevato al rango di Padre della Chiesa, conosciuto per i suoi miracoli, fu canonizzato a meno di un anno dalla morte, sopraggiunta per malattia in un convento di suore nel quartiere dell’Arcella, alle porte della città, dove era stato ricoverato per la gravità delle sue condizioni di salute. La sua tomba, le sue reliquie, in particolare la lingua e l’apparato vocale prodigiosamente ancora intatti, sono meta di pellegrinaggio ogni anno per milioni di fedeli.

      Ma ci sono ancora due gioielli a Padova, che fanno della città antenorea un luogo che occorre assolutamente visitare da chiunque si rechi nel Veneto: il primo è l’Orto Botanico Universitario, fondato nel 1545 su delibera del Senato della Repubblica Veneta, che è il più antico orto universitario del mondo; il secondo, la cappella che Enrico degli Scrovegni, signore di Padova, volle erigere nel 1302 presso l’antica Arena Romana, per riscattare dal peccato di usura l’anima del padre Reginaldo, sprofondato da Dante nel settimo girone dell’Inferno. Interamente affrescata da Giotto, la piccola Sistina padovana (lunga quasi 21 metri, alta 13 e larga meno di 9), è stata oggetto di un lungo e delicato restauro, che l’ha restituita al pubblico in tutta la sua sfolgorante bellezza nel 2002. Oggi, per visitare la Cappella di Giotto occorre prenotarsi per tempo, preparandosi adeguatamente prima di entrarvi a gruppi di 20 persone per volta, sapendo che la visita dura soltanto 5 minuti al termine dei quali un gentile ma inflessibile custode accompagna tutti all’uscita per evitare che il microclima interno, studiato e controllato grazie a sofisticate apparecchiature, modifichi la sua composizione. È solo a queste condizioni, infatti, che i preziosi affreschi, sottratti all’incuria e all’umidità che negli anni li avevano deteriorati fino quasi a farli scomparire, potranno mostrarsi a lungo in tutto il loro splendore.

      Lo spettacolo che si presenta agli occhi del visitatore – sia pur preparato da un video dimostrativo nell’attesa dell’ingresso – è quanto di più suggestivo si possa immaginare. Lungo le pareti della Cappella si susseguono 34 immagini suddivise in tre registri che raccontano la vita di Cristo, dagli antefatti con le storie di Gioacchino e Anna, genitori della Vergine, tratti dal Protoevangelo di Giacomo, fino all’Ascensione. Quando dipinge la Cappella degli Scrovegni, Giotto ha poco più di 40 anni e ha già lavorato alla Basilica di Assisi. È un artista maturo e qui lavora personalmente a tutti i dipinti, lasciando ai suoi allievi soltanto la cura di lavori residuali. Ed è in quest’opera straordinaria che l’artista, pur ispirandosi alla tradizione iconografica del tempo, riesce ad esprimere i sentimenti di dolore e di gioia con una maestria che genera un pathos indescrivibile.

      La Cappella degli Scrovegni, insomma, è un unicum imperdibile che colpisce gli occhi e il cuore nei suoi registri più profondi. Un flash di pochi minuti, che rivela un’immagine tanto vivida da rimanere impressa per sempre nella memoria.

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