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- GIUGNO 2017 -
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Eccellenze Italiane
Meglio non tornare…
Le lettere tra Italia e America durante la Prima Guerra Mondiale
Un interessante volume di Luigi Botta, Figli non tornate! (1915-1918), di Aragno Editore, propone una raccolta di lettere scambiate tra le due sponde dell’Atlantico, facendo luce su drammi e verità nascoste degli anni della Grande Guerra.
Molte lettere anche dalla Puglia
di Michele Presutto
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Poveri figli, in che brutto secolo che siete nati!”. Così scriveva una moglie dalla Garfagnana al marito emigrato a Black Diamond, negli Stati Uniti. Quando nel maggio del 1915 l’Italia entra nel conflitto mondiale molti italiani si trovavano fuori dai suoi confini “a mendicare il pane e il lavoro, randagi di terra in terra”. Cosa accadde? In base alla legge tutti gli emigranti sarebbero dovuto essere rimpatriati, ma la storia andò diversamente. Gli emigranti, per lo meno la grandissima parte, non tornarono. Scriveva Attilio Cometti da Cuneo alla sorella residente nell’Oklahoma: “Sarò al fronte tra qualche settimana per difendere la patria, mi dicono, quando per guadagnare un tozzo di pane a me e ai miei, io dalla patria me ne sono dovuto andare”.

Sulle lettere durante la prima guerra mondiale c’è, e si è ulteriormente arricchita, una interessantissima bibliografia. Il libro Figli non tornate! (1915-1918) [Aragno Editore, 2016, pp. 591, € 25] apre, per la prima volta, il sipario sulle lettere che andavano e venivano attraverso l’oceano Atlantico. Luigi Botta, autore del testo, storico e giornalista, già conosciuto per le sue molteplici ricerche su Sacco e Vanzetti, ha ricostruito con cura e precisione, questo flusso di parole e di sentimenti tra mogli e mariti, parenti o amici fra i due continenti.

Nelle lettere c’è un po’ di tutto: rassegnazione, disperazione, rabbia e tristezza. Spesso ci si lamenta non solo delle notizie dal fronte, ma anche dei treni carichi di feriti, dei mutilati che tornano a casa, degli ospedali strapienti o del caro-vita che rende l’esistenza impossibile. Le donne scrivono ai loro cari in America incitandoli a non tornare in Italia e a non dare ascolto alla propaganda delle ambasciate e dei consolati. Anzi, semmai ve ne fosse bisogno, “è meglio che ve ne andiate più dentro”. E alcuni prenderanno alla lettera tale consiglio spingendosi finanche nel lontano Messico. Filtrano così in America anche notizie che, grazie alla censura, in Italia non si conoscono. Scrive da Pietra Montecorvino (molte sono le lettere dalla Puglia) Tanina al nipote a Boston: “Quindici giorni fa il popolo di Pietra Montecorvino ha fatto la rivoluzione… adesso c’è più che duecento carabinieri oltre i soldati, e giornalmente arrestano vecchi, maritati, signorini, chiunque, mentre noi che siamo col nostro contegno in casa nostra non ci possiamo affacciare manco alla porta se no… è il macello”.

Oltre a tutto ciò, quello che più colpisce dalla lettura di queste lettere, è la drammatica convivenza quotidiana con l’orrore della guerra che spinge verso la follia. La follia nasce nelle trincee e come scrive un soldato dal fonte ad un suo amico in America, “Non ho più la testa, tra lo schianto delle artiglierie e le stragi quotidiane mi sono come intontito, inebedito, non ho più altra voglia che di piangere. Ed intorno a me sono tutti così”. Subito dopo però la follia si diffonde anche a casa e in un’altra lettera si legge: “La zia Delfina aveva quattro figli, tutti al fronte, due gliene hanno ammazzati e l’ultimo dei cinque parte il mese entrante: così di cinque figli non ha a casa più nessuno. Non è a maravigliare se sia pressoché fuor di senno”.

In altre parole “roba da divenire pazzi a pensarci, a vedere questo popolo sospinto al macello”. Scrive Enzo Forcella nel suo Plotone d’esecuzione: “La turba di muli e di vigliacchi, trascinata per la gola agitandole alle spalle gli spettri della polizia militare e dei plotoni d’esecuzione, era riuscita in effetti a morire e a vincere. La qualifica di ‘eroi’ e di ‘trionfatori’ gliela aveva attribuita la minoranza nei monumenti, nelle lapidi e nelle motivazioni delle medaglie al valore senza chiedere il parere degli interessati”. Quando per una strana alchimia di combinazioni storiche (emigrazione, antimilitarismo, presa di coscienza, ecc…) ciò accadde, cioè quando venne chiesto “il parere”, la risposta, come dimostra il bel libro di Luigi Botta, non fu che una: no!

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