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Eccellenze Italiane
Quelle donne del Sud che raccontano il mondo Il Castello di Otranto ospita, fino al 30 settembre, “Il Sud e le donne”, 30 scatti in bianco e nero di Ferdinando Scianna.
La Bellucci, la Cucinotta, altre modelle o donne sconosciute. Ma niente divismo o fantasie erotiche: le donne di Scianna sono “persone”
di Pietro Marino
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Otranto. Alcuni scatti della mostra di Scianna

Nella splendida cornice del Castello di Otranto le austere fotografie in bianconero di Ferdinando Scianna parlano di donne del Sud. Sono trenta immagini, scattate in diversi tempi luoghi e occasioni fra gli anni Ottanta e oggi. Vi appaiono in prevalenza due popolari dive del cinema, icone di bellezza mediterranea, Monica Bellucci e Maria Grazia Cucinotta, e diverse modelle dai nomi improbabili. Ma non sono fotografie di backstage né messinscene in posa, non evocano fantasie erotiche né sogni di glamour. Tanto meno il fotografo si è appostato come un paparazzo romano per sorprenderne la vita privata. Scianna le ha, semplicemente, incontrate. Mentre escono dal Caffè Tripoli a Martina Franca, curiosano fra i trulli di Alberobello, passano davanti al Petruzzelli, prendono pigramente il sole mediterraneo, sostano divertite al banco di una pescheria siciliana, un po’ facendo il verso a Sofia la pizzaiola o alla Lollo bersagliera.

Ma non c’è o non c’è più ricerca antropologica o critica sociale in queste foto di Scianna. Come quando da ragazzo registrava la vita contadina del suo paese Bagheria (immagini viste tre anni fa a Bari per la collettiva fotografica nell’ambito di “Frontiere”, l’evento curato come ora da Oscar Iarussi) o come quando scendeva da Milano per fotografare le feste religiose in Sicilia per un editore barese, Diego De Donato. “Quella società non c’è più” mi confermò nel 2006, quando lo intervistai per una delle sue frequenti venute a Bari. Ma questo non significa che il fotografo siciliano abbia rinunciato a raccontare il mondo. Non potrebbe, perché questo e non altro fa la fotografia, ripete come un mantra (seguendo Cartier Bresson che lo volle alla Magnum). “Io fotografo persone”, aggiunse, quasi con orgoglio.

E “persone” sono queste donne, riprese quasi sempre in piani ravvicinati, quindi secondo la pratica del ritratto. Con la nitida essenziale energia di visione – l’intensità iconica – che è propria del fare di Scianna (da evitare accuratamente – raccomanda – la parola “arte”). Da sole ma non isolate dal mondo e aliene dalle sue mutazioni. Persone che nella nuova qualità della vita moderna e borghese pure si riconoscono nelle loro radici e identità: come dice la fotografia (assunta a logo del progetto di Veluvre) in cui una ragazza in tunica pop con su stampata una Madonna agreste posa con familiarità fra due anziani di paese con le loro coppole storte cantate da Vittorio Bodini. È il riconoscimento di contaminazioni generazionali e culturali che conferiscono continuità sentimentale al senso della vita. La medesima familiare confidenza con la quale la bellezza sensuosa di Maria Grazia e pensierosa di Monica si aggira fra gli spazi della quotidianità e le pietre arcaiche, si mescola alle presenze che qua e là il fotografo coglie dietro una tenda o su una porta, alla calma tranquilla con cui giovani donne anche del popolo si dispongono allo sguardo del fotografo. Ma senza più timori né ammiccamenti. “A viso aperto ma non meno impenetrabile” come osserva Vito Amoruso – autorevole amico di Scianna – nell’intenso testo di commento alla mostra. Nel suo ironico understatement nutrito degli umori laici del conterraneo Leonardo Sciascia, il fotografo si è detto piacevolmente sorpreso e gratificato della lettura che lo studioso barese ne fa in chiave di “visionarie immagini del cuore, accarezzate ombre della propria fantasia”.

Con Roland Barthes, Scianna potrebbe obiettare che la fotografia è sempre “fotografia di qualcosa”. O di qualcuno. Però non può non ammettere – anzi lo sottolinea – che il fotografo, mentre vede, pensa. Fa comunque (duchampianamente?) “un atto di scelta”. E la scelta di pensiero suggerita da questa mostra collocata al centro di eventi che ci invitano a conoscere – noi per primi – il Sud, si può anche individuare in una immagine remota insinuata tra le fotografie dei viventi: l’icona della ragazza in bikini che emerge dagli antichi mosaici romani di Piazza Armerina. Ci viene incontro con la palma di vittoria in mano, la medesima serena offerta di grazia delle sue amiche di oggi, la sfida ostinata delle donne del Sud al disfarsi del tempo e delle certezze.

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