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- FEBBRAIO 2018 -
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Jazz
Chiamiamolo Jazz o BAM ma “la capitale” è sempre New York Nell’ultimo libro del barese Nicola Gaeta, medico, critico musicale e cultore del jazz, il singolare diario di un mese nella Grande Mela.
L’obiettivo: fare il punto sul “jazz di oggi a New York” attraverso interviste e peregrinazioni tra i luoghi di culto del genere
di Ugo Sbisà
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New York. Harlem. Fabio Morgera e Bill Saxton al Bill's Place.
Foto di Gianni Cataldi tratta da “BAM, il jazz oggi a New York” di Nicola Gaeta

Dopo aver scelto di far raccontare il jazz italiano dai suoi protagonisti in Una preghiera tra due bicchieri di gin, Nicola Gaeta ha deciso di varcare l’Oceano per raccontare la scena statunitense in Bam, il jazz di oggi a New York (Caratterimobili ed., pp. 250, euro 20,00) e lo ha fatto scegliendo la formula forse più corretta: non il sunto di un viaggio turistico, né un reportage fatto dando per scontato di sapere già molte cose, ma una sorta di assimilazione della vita musicale nella Grande Mela, favorita da un soggiorno durato un mese intero.

A scanso di equivoci, diciamo subito che Bam è un’operazione editoriale complessa nella quale il tradizionale libro di carta, con il suo taglio da “diario di viaggio”, potrebbe sembrare una sorta di prequel rispetto all’e-book omonimo, nel quale sono invece contenute in forma estesa tutte le interviste realizzate.

Il punto di partenza di Gaeta è che, se ormai il jazz è un fenomeno globale e vanta ovunque grandi interpreti delle nazionalità più svariate, New York continua a rimanere la “città del jazz”, ovvero il luogo dove tutto accade e dove la vivace scena dei club, il solido spirito di competizione dedicato dalla necessità di sopravvivere (“un jazzman di successo a New York è quello che riesce a pagare ogni mese il fitto di casa” ci ricorda l’autore) spinge i musicisti a dare il meglio di sé. Visto in questi termini, il libro è decisamente ricco di spunti interessanti, sia perché offre al lettore italiano la possibilità di conoscere nomi di giovani artisti che, in molti casi, hanno raggiunto la celebrità a Manhattan, ma non sono sufficientemente noti al di qua dell’Oceano, sia perché disegna una geografia sonora della città, illustrandone i luoghi della musica non solo con nomi e indirizzi, ma anche descrivendone suggestivamente l’ambiente. Il tutto con un linguaggio diretto e a tratti pittoresco che sa prendere le distanze tanto dalla verbosità della critica militante, quanto dal disincantato cinismo di chi ha fatto della scrittura la propria professione.

Si dischiude così un mondo a tratti inimmaginabile, nel quale Gaeta si avventura e conduce per mano i lettori, complice, in maniera quasi “virgiliana”, il trombettista Fabio Morgera, uno dei tanti jazzman italiani residenti a New York, che in molti casi funge da guida. E tra nomi, indirizzi, menu di ristoranti, corse in treno (spesso sbagliate) per raggiungere i musicisti da intervistare e appuntamenti più volte fissati e rinviati con raffiche di mail, incontri nei parchi, nei club, sulle metropolitane e persino su Skype, si materializza la New York più genuina, nella quale suonare un sax o una tromba è un lavoro come un altro e ogni musicista sa che dovrà affrontare ogni giornata da leone, se non vorrà fare la fine della gazzella. Un racconto che acquista maggiore efficacia anche grazie alle immagini fotografiche realizzate da Gianni Cataldi, anch’egli barese come l’autore.

Ultima curiosità sul titolo: “Bam” è un acronimo che sta per Black American Music, il termine che alcuni giovani musicisti – a cominciare da Nicholas Payton – vorrebbero sostituire al troppo abusato “jazz”, per rimarcarne le origini afroamericane. Non è questa la sede per approfondire il merito della questione, pertanto ci limiteremo a dire che quella di Payton e compagni è la soluzione formale di un problema sostanziale. E che l’identità del jazz si afferma dando spessore alle opere musicali. Tutto il resto è marketing!

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