
Nanibah Chacon
“Il gioco del silenzio” Americana di origine navajo, appartiene a una famiglia di intellettuali.
Nei suoi quadri e nei suoi murales giovani donne indiane che assomigliano alle pin-up degli anni Cinquanta. Ma iniziano a comparire geometrie arcane… di Emanuele Arciuli

Un dipinto di Nanibah Chacon
che ricorda le pin-up americane
degli anni Cinquanta
Santa Fe. Percorrendo San Francisco Street dalla Plaza fino alla cattedrale omonima, ci si trova a destra l’hotel e ristorante La Fonda, uno dei luoghi più chic della città; a sinistra, invece, il Museum of Contemporary Native Arts. Non l’ingresso, che è in Cathedral Place, poco più avanti, ma un ampio cortile interamente consacrato alle sculture di Allan Houser, tra i maestri indiscussi dell’arte indiana; le opere dell’artista di origine apache ci ricordano la sua grandezza.
Da qualche mese, però, nel cortile è comparso un murale che con le opere di Houser sembra non avere alcuna relazione, per stile e linguaggio adottato.
Alla classica e astratta bellezza di bronzi e pietre si giustappone una giovane donna, bella e di chiara origine indiana, disegnata sul muro con un tratto che gioca con le immagini stereotipate dei media contemporanei (un doppio stereotipo, riguardante sia l’indianità che la bellezza). La donna, guardando nel vuoto, fa scorrere sabbia tra le dita della mano destra.
A parte i capelli corvini, le labbra rosse e un orecchino di turchese, i colori sono quelli classici della terra, del deserto, quasi che la ragazza – nel suo gesto distratto e al tempo solenne – stia reclamando la propria appartenenza a quella terra, a quel deserto, a quel luogo magico e silente; ricordandoci la vanità di ogni cosa, anche dell’arte monolitica e solidissima di Houser, con cui dunque – inaspettatamente – il murale crea un contrappunto spiazzante ma ricco di senso.
L’artista che ha realizzato l’opera è Nanibah Chacon, una ragazza americana di origine navajo, appartenente ad una famiglia di intellettuali e artisti fra cui spicca il fratello Raven, compositore di musica sperimentale.
Nanibah, o più semplicemente Nani, dipinge giovani donne indiane, mescolando immedesimazione e ironia, con rimandi evidenti al mondo delle celebri pin-up degli anni Cinquanta (si pensi a Betty Page, ma anche più semplicemente ai cartoon di Betty Boop), e con ammiccamenti al cinema di Tarantino e Almodovar. Ma l’inquietudine, la curiosità e la voglia di mettersi in gioco di Nani la conducono anche in altre direzioni: sempre più spesso nei suoi quadri compaiono geometrie arcane (che scandiscono anche gli spazi del murale) e alla pittura si affianca l’interesse per altre forme di espressione artistica. In questo periodo, ad esempio, ciò che cattura la sua curiosità è la tensione tra gli oggetti, il gioco degli spazi vuoti; chissà quali media utilizzerà nel prossimo futuro, chissà se i suoi quadri apparentemente così piacevoli allo sguardo, non cedano il passo ad altro, svelando più esplicitamente la complessità del suo mondo interiore.
Nani, che comunica immediatamente grazia e intelligenza, ha ancora un lungo cammino da compiere perché le sue opere possano scongiurare quella vanità e quel rischio dell’effimero che lei stessa ha immortalato così bene nel murale – anche se l’effimero è una condizione in cui si trova, spesso deliberatamente, molta dell’arte dei nostri giorni.
Ma il suo talento e la felicità dei suoi primi esiti – tra cui questa donna dipinta sul muro – ci incoraggiano a credere che la sua vicenda non si arenerà nella sabbia.