RIVISTA ON-LINE DI CULTURA E TURISMO

- FEBBRAIO 2018 -
HOME - Usa - Letteratura - Joseph Tusiani Quando la poesia è rinascita
Letteratura
Joseph Tusiani
Quando la poesia è rinascita
Un volume appena pubblicato, A Clarion Call, raccoglie le sue liriche più intense scritte dopo l’ictus che aveva colpito il poeta pugliese-americano nel 2014, poco dopo il compimento dei suoi novant’anni.
Versi da cui emerge un senso di rigenerazione e uno slancio vitale. Sulla scia di Svevo, Montale e Moravia, in cui la sofferenza approdò ad una visione potenziata della vita
di Sergio D’Amaro
CONDIVIDI Facebook Twitter

A Clarion Call [Uno squillo di tromba] (New York, Bordighera Press, pp. 90, sip, 2016) seleziona sessantotto delle centinaia di composizioni che Joseph Tusiani ha scritto a partire dal febbraio 2014, data in cui ha subìto un ictus che ne ha parzialmente fiaccato il movimento delle gambe. Aveva appena compiuto i suoi gloriosi novant’anni con una grande festa svoltasi a New York e a cui aveva partecipato una folta delegazione del paese natale di San Marco in Lamis. Miracolosamente, Joseph, brandendo una penna e un taccuino rosso (come c’informa Anthony J. Tamburri che gli fece visita e che ha curato con Paolo Giordano questo libro), ha ricominciato immediatamente a scrivere a sole quarantotto ore dall’infelice episodio.

Per chi lo conosce bene non è una sorpresa, giacché il Nostro ha affidato alla scrittura fin dalla sua adolescenza il più efficace dei farmaci e lo ha eletto al più lieto degli amici. Si potrebbero, al riguardo, citare alcuni esempi eclatanti, in cui l’atto dello scrivere è valso una salvezza, uno spazio nutriente in cui vivere, risuscitando sensi e memoria, dichiarando una rigenerazione e uno slancio vitale, facendo chiaro il proprio cammino esistenziale. Così è stato, a portare esempi illustri, per Svevo, Montale o Moravia, laddove una malattia organica o psicologica poté significare crisi morale e sofferente coscienza del mondo, per poi risolversi in visione potenziata della vita, in chiarezza di analisi circondata di dubbi.

In questo libro Tusiani ha risarcito la sofferenza elevandola a strumento di illuminazione, ha guardato alla sua anima tormentata (“stormy mind”) per riguadagnare il giardino olimpico della pace. Ma, oltre che essere una riconciliazione di stoffa religiosa, qui la rinascita incontra la visione totalizzante di un’armonia cosmica. Lo attestano segnali riportabili alla costellazione semantica della luce, fin da quell’insistere sul “mattino”, sull’inizio di un nuovo giorno punteggiato di epifanie, di sensazioni, di intuizioni, relative ad una rinnovata conoscenza del mondo e ad una palese gratitudine verso tutto ciò che è vita.

Che nome dare a questa tempesta e a questa pace / a questo buio che fugge, a questo chiarore che resta?” (ndr: i versi fanno parte della poesia Solo un capitolo che Bridge ha pubblicato nell’apposita rubrica). Qui il lavoro della poesia è una messa in fuga dell’oscurità del male, è il trionfo della luce dell’intelligenza, della sensibilità, della creatività, in una parola, della bellezza. Dal cono d’ombra scavato dalla malattia, Tusiani ha estratto la perla della bellezza che è Bene, del banale che si fa miracolo, dell’effimero che si fa eterno. Ha guadagnato così dalla tempesta delle immagini che si agitano nella sua mente una quieta profondità di sguardo, ha riguadagnato una salute che sembrava smarrita e ora si è imposta come sole luminoso che sfolgora in tutta la sua sapienza. Ed è lo stesso “Signore della Luce” conosciuto da bambino, sono gli stessi sogni che nutrirono la sua vita originaria e che trascendono la realtà arricchendola, a suggerire il percorso difficile di un patto e di un ponte mobile steso tra Gargano e Atlantico. Ritornano allora le domande incessanti di questo poeta interrogativo, i dubbi amletici sul destino e sull’unità della sua stessa coscienza, sulla perdita irreversibile di anni in una vita così lunga, sull’assurdità inquietante di un mistero che deforma i confini di ciò che ci è concesso.

Forse, solo il silenzio (“Silentium / solum bonum omnium viventium”) si addice a chi arando nella sua memoria ritrova il germoglio di un canto. È questa la disposizione religiosa (pascaliana e spinoziana insieme) della più recente opera di Tusiani. Lo “squillo di tromba” del titolo allude ad un risveglio, ad una rivelazione, ad una rinascita. La sua antica formazione religiosa non può non rispondere a questa vocazione, a questa fulminazione, al nuovo mattino che si libera dall’abbraccio del buio e indica purificato la strada dell’eterno viandante che è l’uomo.