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- FEBBRAIO 2018 -
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Letteratura
I novant’anni di Helen Barolini La scrittrice italoamericana li ha compiuti alla fine del 2015.
Il suo lavoro ha dato un contributo essenziale all’emancipazione femminile e delle etnie non privilegiate in America.
Umbertina e The Dream Book le sue opere cruciali
di Sergio D’Amaro
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Helen Barolini

Una parte non secondaria nel far emergere gli elementi marginali – l’orale, il femminile, il proletario, il meridionale ecc. – di una nazione plurietnica come gli Stati Uniti d’America l’ha avuto il movimento femminista e in controcanto le scrittrici delle etnie minoritarie, ben decise a offrire la loro testimonianza e la loro protesta a favore di un movimento inarrestabile di democratizzazione. Scrittrici di discendenza italiana di sicura vocazione letteraria ce n’è oggi una folta rappresentanza, ma finora la declinazione quasi tutta al maschile di studi e di attenzioni culturali ne ha pregiudicato la conoscenza. Le scrittrici italoamericane, non è inutile ripeterlo, hanno incontrato molti più ostacoli nel mondo dell’editoria e del giornalismo, né la critica che conta gli ha strizzato facilmente l’occhio.

A tenere dritta la bandiera di questa emancipazione c’è Helen Barolini, nata Mollica giusto novant’anni fa da una famiglia calabrese emigrata negli USA e finalmente retired dopo molti anni come docente universitaria e trait d’union tra le sponde dell’Atlantico. Ha assunto il nome del marito Antonio, scrittore e giornalista ben noto nel trentennio postbellico, ma la sua bussola costante è stata orientata costantemente alla rivendicazione della propria identità a cavallo di due geografie. È per questo che nel 1985 ha chiamato a raccolta cinquantasei donne dedite alla creatività letteraria e ne ha antologizzato le opere in The Dream Book, lavoro finora insuperato per la parte femminile. Ne vien fuori quell’affresco che ci aspettavamo, ma che va integrato proprio tentando un ritratto della curatrice, che è da ricordare almeno per due romanzi, Umbertina (1979) e Love in The Middle Ages (1986). Qui ci interessa particolarmente il primo, che si presenta tanto complesso e articolato da essere una saga di tre generazioni di donne, e quindi risulta una storia del processo di assimilazione dell’etnia italiana. E per la verità Helen Barolini sta perfettamente nella corrente che la accomuna a colleghi maschi più anziani, come John Fante e Pietro Di Donato e a coetanei, come Joseph Tusiani, tutti impegnati a dirimere il dilemma etnico e a lottare contro pregiudizi e sospetti della cultura ufficiale.

La Barolini traccia la vita di Umbertina, l’emigrante, Marguerite, la nipote, e Tina, la figlia di quest’ultima. Oltre e insieme al tema dell’etnicità, comunque, emerge quello femminile, da intendere come doppio ghetto e come doppia leva di liberazione. Umbertina, la capostipite, è una pastorella calabrese che si sposa con Serafino, piccolo proprietario di terre. Spinti ad emigrare, si ritrovano ad Ellis Island alla boa del ’900, vivendo come classici paesani emigrati, con tutto il corredo dei pregiudizi e delle norme originarie. Marguerite, invece, è il prototipo della famiglia di terza generazione, intenta a spezzare ogni legame con le origini. Ella si ribella all’educazione e ai valori, specie religiosi, della piccola borghesia, grazie alle letture accanite di Voltaire, Spengler, Eliot, Compton-Burnett, e osa affermare, ad esempio, che la maternità della Vergine è spiegabile col coitus ante portam. I suoi modi, i suoi vestiti, le sue letture sono disdicevoli per una signora, sono unladylike. Ella vede nell’arte e nella letteratura la vita più autentica, ben lontana dagli orizzonti di una famiglia perbene, finalizzati, al massimo, al successo economico e alla grigia dignità del doppiopetto. Marguerite si sposa, divorzia, si risposa con un italiano e in Italia fa il suo viaggio quasi iniziatico. “Forse – dice la Barolini – vorrebbe recuperare le sue origini, anche se poi, in modo ancora ambiguo e confuso, preferisce partire di nuovo per l’America”. Lo strappo di Marguerite prepara l’emancipazione totale della figlia Tina, che differisce dalla madre e dalla nonna sia perché appartiene a una generazione in piena rivoluzione culturale e sessuale, sia perché ha un’educazione borghese, che fa della cultura un valore autonomo. Con essa Tina attinge non solo il benessere materiale, ma anche l’affermazione di sé, ed è grazie ad essa che riesce a capire e a risolvere il dilemma etnico.