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- FEBBRAIO 2018 -
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Letteratura
Joseph Tusiani
Novant’anni di letteratura tra l’Italia e l’America
Un fascicolo speciale della rivista Frontiere celebra i “diciotto splendori” del poeta, scrittore e traduttore italoamericano.
“Uguali misure per le cuspidi dei grattacieli come per le antiche casupole del suo paese garganico”
di Sergio D’Amaro
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Joseph Tusiani, 90 anni compiuti
il 14 gennaio 2014

Negli ultimi vent’anni il nome di Joseph Tusiani è costantemente cresciuto. Passato attraverso lavori pionieristici come quelli coordinati nei primi anni ’90 da J. J. Marchand (La letteratura dell’emigrazione), e da A. J. Tamburri, P. Giordano e F. Gardaphé (From the Margin), il nostro autore è ben presto divenuto, nell’ambito della letteratura italoamericana, uno degli scrittori da cui non si può prescindere. Quando si parla, sull’una e sull’altra sponda dell’oceano, di letteratura italoamericana (ma sarebbe meglio forse dire “letteratura degli italiani d’America”) non si possono non citare le sue opere creative e l’immensa mole di traduzioni dei classici italiani, tra cui la Gerusalemme di Tasso, il Morgante di Pulci, le poesie liriche di Dante e i Canti di Leopardi.

Proprio nell’attività di traduttore, forse, va vista la metafora più pertinente per focalizzare il miracoloso equilibrio, letterario e culturale, che sostiene in profondità il mondo creativo di Tusiani, capace di risolvere il conflitto, come ha osservato un suo attento esegeta, Cosma Siani, “tra il mondo dell’italianità e quello dell’americanità, entrambi intimamente ‘riconosciuti’ e amati, riuscendo a far motivo di duplice appartenenza etnica proprio quella classicità che avrebbe invece potuto astrarlo da entrambi”. Questa porosità particolare ha consentito a Tusiani di attenuare la lacerazione del passaggio dal mondo ancestrale al mondo ipertecnologico e di traghettare gli ideali letterari e umani da una generazione all’altra. Nella poesia Retaggio egli scrive: “Per capir la mia vita penso ad essa / come a un interminabile tradursi / di passato in presente, da una muta / nascita incomprensibile a un totale / esplicarsi di vita e di parole”. È una scissione/separazione che si traduce e si ritraduce continuamente in nuove acquisizioni di vita, in arricchimento reciproco tra passato e presente, permettendo a Tusiani di ricomporre armonicamente il qui e l’altrove, l’arcaico e il moderno della sua condizione esistenziale e della sua rappresentazione poetica.

Tusiani ha scritto una lunga autobiografia in cui ha raccontato attentamente il difficile percorso dell’americanizzazione. Ma è bello anche dire che essa è stata fatta in italiano, come attestazione di fedeltà a un destino originario che l’ha poi portato ad abitare al top del mondo, in quell’Upper East di Manhattan che suonava alle orecchie dei suoi connazionali, anziani e meno anziani, come una terra irraggiungibile. Eppure, da vero artista, Tusiani ha usato uguali misure per le cuspidi dei grattacieli come per le antiche casupole del suo paese garganico, San Marco in Lamis, nel cui dialetto ha forgiato migliaia di versi, riconoscendo dignità di storia e di sentimenti ai differenti e contrastanti livelli della sua esperienza.

Oggi a novant’anni (compiuti il 14 gennaio 2014), Joseph brilla ancora di più nei suoi diciotto lustri (come lui ama dire) e come ripete il titolo, “I’m eighteen splendors old”, dello speciale che la rivista Frontiere (organo del Centro Studi ‘J. Tusiani’ del citato paese) ha voluto opportunamente dedicargli con testimonianze, saggi e incontri di amici autorevoli (Luigi Fontanella, Luigi Bonaffini, Anthony J. Tamburri, Gaetano Cipolla, Emilio Bandiera, Martino Marazzi, Giovanni Tesio, Cosma Siani). Ne emerge che il nostro autore non si è mai sottratto al dialogo tra la comunità di origine e quella d’arrivo, conservando tenacemente il timbro originale della sua voce partita da un antico nucleo religioso ed esistenziale, così come era stato dettato da una delle stagioni più cupe del Novecento, tra guerra e dopoguerra dell’Italia costretta al Piano Marshall e ad altre numerose emigrazioni.