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- FEBBRAIO 2018 -
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Letteratura
Hemingway ed io Lo scrittore lucano, pugliese d’adozione, racconta come Ernest Hemingway sia divenuto un personaggio del suo ultimo romanzo, Fernanda e gli elefanti bianchi di Hemingway di Raffaele Nigro
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Ernest Hemingway in Africa con il figlio Gregory. Per gentile concessione di Gregory Hemingway

      Per molti anni fummo con Fernanda Pivano nella giuria del premio Piero Chiara organizzato dal comune di Varese. Era dedicato a raccolte edite di racconti e con noi c’erano Michele Prisco che ne era presidente, Gino Montesanto,Tano Citeroni e Federico Roncoroni. Ci si vedeva più volte in un anno e nelle pause si parlava di tutto. Nanda, come si faceva chiamare la Pivano, ci raccontava degli amici americani, scrittori che aveva tradotto per il pubblico italiano e tra questi Hemingway. Mi raccontava della loro amicizia e della crisi profonda nella quale lui era caduto a partire da una certa data. Una crisi in qualche modo legata al suo carattere, alla vita trascorsa, alle passioni che lo avevano vinto. Ernest mi pareva un titano che vuole vivere al centro della storia, o meglio, dove la storia si va producendo. E quando si è fatti così, si fa di continuo i conti con gli eventi e si vola sempre verso il centro della storia.
      Mi portavo dunque l’immagine di Hemingway nella mente e per certe spinte che avvertivo in me a rincorrere la vita, in qualche misura mi sentivo vicino allo scrittore americano, i cui desideri e le cui ansie  trovavo sintetizzate in un vecchio successo di Vasco Rossi, Vita spericolata.
Nel 2005 poi, durante uno dei miei viaggi a Venezia per il Campiello, andai a pranzo in un ristorante della Giudecca. L’oste si intrattenne con me e  con Annamaria Drugman che mi accompagnava e parlando di scrittori, ci ricordò che Hemingway era stato più volte da lui a pranzo e che una o due volte lo aveva visto seduto sulle scale, sotto la pioggia e con la bottiglia del whisky in mano. Ci disse che gli aveva fatto pena quell’uomo straricco e baciato dalla fortuna letteraria, così piegato ai capricci della vita. E provammo a darci tante spiegazioni. Parlammo di un demone vivo nella sua famiglia, lo stesso che aveva procurato già altri lutti e guai e che aveva portato anche alla morte della bellissima Margot.
       Tutto questo prese lentamente corpo nella mia mente, finché non costruii una trama nella quale Ernest Hemingway diventava protagonista e dove si verificava una sorta di transfert tra me e lui. Ernest veniva in Italia a metà degli anni cinquanta su invito di Fernanda Pivano, per partecipare a una battuta di caccia specialissima. Fernanda aveva sentito da Ernesto De Martino che nell'Italia meridionale, tra Puglia, Calabria e Lucania, esistevano ancora dei mammut e che si poteva dare loro la caccia. Una notizia straordinaria della quale mette subito a parte l'amico americano. Hemingway era malato, stanco, in piena crisi. Tuttavia accettò di venire nel vecchio continente, sperando in una ripresa d’umore e di vitalità anche fisica.
       E che scopre Hemingway? Attraverso una giovane antropologa dell’Università di Napoli, scopre che c’è spazio per i sogni fino all’ultimo momento della nostra vita e che l’amore è la molla più robusta che la natura abbia creato. E scopre anche che i mammut non sono soltanto degli animali preistorici ma una metafora della vita. Mammut sono le storie che si raccontano nelle campagne e nelle città d’Italia, i ricordi, le memorie in via di sparizione. Mammut sono i paesi smottanti dell’Appennino, i centri storici che le nuove generazioni abbandonano attratte dalle metropoli. Mammut sono i grandi sentimenti e sono i nostri anni che incalzano e ci incanutiscono.
       La scoperta della memoria, della storia e del passato fa balenare nella mente dello scrittore anche una diversa concezione della scrittura. Forse ha inseguito l’epica, ma ha dato troppo peso a una dialogica di chiacchiera. Ha gettato le basi per quella scrittura minimalista a cui le generazioni del tempo televisivo si sono affidate. Ernest mi offre dunque il destro per una riflessione di poetica che mi tocca molto da vicino, la necessità di un narrare per tempi lunghi e una ripresa dell’epica che negli ultimi trent’anni almeno in Italia è stata mortificata, in nome della narrativa di genere e del minimalismo.