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- FEBBRAIO 2018 -
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Arte
Il sogno americano (realizzato)
di Maurizio Cattelan
Al Guggenheim di New York “All”, una mostra interamente dedicata alle sue opere.
Provocazione e ironia per una straordinaria interpretazione del senso della vita
di Pietro Marino
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Maurizio Cattelan. La Nona Ora, 1999

       Non era mai toccato ad alcun artista italiano vivente: una grande mostra antologica in uno dei maggiori templi dell’arte moderna, il Guggenheim di New York. È accaduto per Maurizio Cattelan, nato a Padova 51 anni fa, cresciuto in povertà, approdato all’arte senza studi e quasi per caso, e divenuto rapidamente famoso a partire dagli anni Novanta. Una fama segnata da invenzioni che hanno suscitato clamore mediatico, lette specie in Italia come bizzarrie o provocazioni al limite dello scandalo. Non l’hanno pensata così critici, musei e galleristi di rilevanza internazionale. Ed ora l’invito del Guggenheim, che ha concesso all’artista quel che chiedeva: un modo del tutto inconsueto, spettacolare e sconcertante, di presentare le opere, quasi un centinaio, prestate da musei e collezioni di mezzo mondo.

      I visitatori si ritrovano a dover contemplare le opere non lungo i tornanti e le spirali del museo di Wright ma naso all’insù o sporgendosi dalle balconate. Infatti sono calate dall’alto nello spazio centrale della rotonda, sospese su basi come altalene con sistemi di tiranti. Sembrano marionette di un teatro dei pupi gigante, o personaggi su tappeti volanti. Installazione che è di per sé un’“opera” affollata e tumultuosa: quasi a riassumere il senso di una presenza sulla scena che molto ha giocato su apparizioni spiazzanti nelle quali si mescolano il gioco e la tragedia, la beffa e l’umor nero. Anti-eroe, Cattelan, di un’arte che fa corpo con la vita senza mediazioni formali né remore intellettuali. Vi ha proiettato i suoi complessi da ragazzo (il bambino incappucciato con le mani inchiodate da due matite a un banco di scuola, 1997), le nevrosi dell’età adulta, i trasalimenti suggeriti da fatti della cronaca, la voglia di scorribande eversive nel sistema dell’arte. Dietro il gioco si rivelano iconoclastie, sdoppiamenti, smarrimenti. Una carica di ironia che nasconde “la disperazione e il senso di colpa”, scrive Nancy Spector, vicedirettrice del Guggenheim e curatrice della mostra.

       Sono nate così, in meno di venti anni, una serie di conturbanti icone del nostro tempo. Sono tutte esposte nella sarabanda di New York, la città in cui Cattelan ha scelto di vivere. Fra le più famose, il cavallo imbalsamato sospeso al soffitto del castello di Rivoli, che s’intitola Novecento (1997), la statua di Papa Wojtyla abbattuto da un meteorite (Nona Ora, 1999), Hitler come bambino che prega in ginocchio (Him, 2001), John Kennedy deposto in una bara aperta (Now, 2004), il dito medio in erezione da una mano mozza in marmo (L.O.V.E., 2010) collocato polemicamente di fronte alla Borsa Affari di Milano. Un brivido macabro corre compulsivo sotto la pelle della trovata. Spesso si riversa in autobiografia, con una serie di “sculture” iperrealiste. L’artista si raffigura mentre emerge perplesso da un buco nel pavimento di un museo di Rotterdam (una copia ha segnato da Sotheby il record di quotazione per un artista italiano, 8 milioni di dollari). Ma poi lo ritroviamo impiccato (La Rivoluzione siamo noi), steso in una bara, o addirittura duplicato sul letto di morte. Ossessione che tocca vertici emotivi in molte installazioni: i tre bambini appesi ad un albero in un parco di Milano, la donna “crocifissa” all’esterno di una chiesa in Germania, i nove presunti cadaveri sotto lenzuoli di marmo della collezione Pinault. Quest’ultima scultura (2007) aveva lo stesso titolo dato ora alla mostra di New York: All, “Tutti”. Come dire: ci siamo tutti, nello spettacolo del riso e della morte. La nostra vita.