RIVISTA ON-LINE DI CULTURA E TURISMO
- FEBBRAIO 2018 -
HOME - Usa - Arte - Norman Rockwell C’era una volta il sogno americano...
Arte
Norman Rockwell
C’era una volta il sogno americano...
I dipinti dell’artista in mostra a New York accanto alle fotografie da cui furono tratti. I set fotografici erano allestiti con una cura impeccabile dei dettagli.
La straordinaria capacità di rendere l’atmosfera di un’epoca. L’impegno civile dietro l’apparente ingenuità
di Tiziano Thomas Dossena
CONDIVIDI Facebook Twitter

      Vivo a Crestwood, un idillico quartiere di Yonkers, appena a nord del Bronx. Qui, molti anni fa, il grande artista americano Norman Rockwell (New York, 1894 – Stockbridge, Massachusetts, 1978) scelse di raffigurare la locale stazione ferroviaria in uno dei suoi magnifici dipinti. L’opera, del 1946, è Commuters. Quando la vidi per la prima volta compresi perché Rockwell era diventato un’icona nel mondo dell’arte americana. Il dipinto era “vivo” in tutti i sensi. Non si trattava solo del fatto che le immagini fossero attentamente studiate e replicate: la sensazione complessiva della composizione restituiva l’umore e le caratteristiche della comunità del tempo, o quanto meno dava l’impressione di farlo. Ammirai il suo lavoro senza comprendere cosa realmente implicasse.

       C’è voluta una visita alla mostra Norman Rockwell: Behind the Camera (una delle mostre itineranti del Norman Rockwell Museum, in corso fino al 10 aprile al Brooklyn Museum), per spalancarmi un nuovo mondo sulle sue tecniche di pittura e sul suo approccio artistico, profondamente professionale, alla realtà, così come lui sceglieva di riprodurla.

       Ho sempre saputo che usava dei modelli per i suoi dipinti ma non avevo mai realizzato che inscenava le loro posizioni, li fotografava e poi li dipingeva, sempre mantenendo l’idea originale ma aggiungendo il suo particolare tocco alle immagini. Utilizzava queste fotografie come blocchi per costruire le sue composizioni, che gli consentivano di sviluppare immagini impeccabili che hanno valorizzato e abbellito le copertine di molte popolari riviste americane e tante pubblicità per quasi sessant’anni. Nella mostra, organizzata dal Norman Rockwell Museum, alcune fotografie dell’artista, che vanno dai primi anni ’40 ai tardi ’60, sono collocate accanto ai suoi dipinti, disegni e illustrazioni commerciali per far luce sul procedimento di lavoro di uno dei più amati artisti d’America.

       Narratore superlativo dello stile di vita americano attraverso le sue popolari illustrazioni, Norman Rockwell sosteneva quello che è giusto nella vita americana persino quando ritraeva scene che descrivevano situazioni controverse, come battaglie per i diritti civili, guerra alla povertà e alla discriminazione.

       Rockwell, a differenza di Walter Molino in Italia, mirava a qualcosa di più che illustrare un episodio o un attributo della società di cui era un eminente membro. Poteva sembrare che lui ricreasse immagini tenere e adorabili di ragazzine alle prese con l’avvicinarsi dell’età adulta, baratti di ragazzi con bulli e scappatelle di bambini. Le sue illustrazioni o i dipinti, che hanno sempre portato un sorriso sul volto dello spettatore, ad una prima impressione sembrano essere stati semplicemente creati per la gioia visiva dei lettori. Osservando il suo lavoro, tuttavia, possiamo notare due tendenze principali sviluppate attraverso gli anni. La prima è la complessità delle immagini, che tendono ad acquisire sempre maggiori dettagli, e la seconda è la profondità del messaggio che arriva con l’immagine. I suoi dettagli consentono un’esperienza formativa sulla specifica decade in cui il dipinto è stato prodotto. Niente è lasciato al caso. I vestiti, i gingilli, le automobili, le case e tutti i particolari che pervadono le sue creazioni sono conformi a quelli reali e riflettono la sua precisione. Nel dipinto New Kids in the Neighborhood (1967), per esempio, il gatto che è nelle mani della ragazzina di colore è bianco, mentre il cucciolo accanto al bambino bianco è nero, commento silenzioso sulla scarsa importanza del colore e tutti e due, la ragazza di colore ed il bianco, portano un guantone di baseball, vincolo comune che consentirà il superamento del pregiudizio.

       Inoltre Rockwell sosteneva anche un’America libera dal bigottismo, dalla discriminazione e dal razzismo che avevano caratterizzato completamente il suo tempo. Egli espresse ciò che ogni comune degno cittadino del Paese sentiva ed era talvolta timoroso di pronunciare: l’America era un bellissimo paese ma i cambiamenti dovevano arrivare ed alla fine arrivarono. Lui fu criticato, all’inizio, per il suo granitico sostegno ai diritti civili e la sua rappresentazione di situazioni delicate che miravano a risvegliare il sentimento di uguaglianza americano, in cui lui incontestabilmente credeva. Tuttavia, persino quelle critiche non poterono danneggiare la sua potente e indiscussa reputazione artistica. La sua arte fu più di un semplice messaggio per i diritti dei non privilegiati. L’America che si può vedere e apprezzare attraverso le sue magnifiche opere è una sanguigna, autentica, talvolta un po’ kitsch ma sempre affascinante, intrigante e unica America, la terra della libertà, della Coca Cola, dei grattacieli e dell’aquila americana, la terra di Norman Rockwell. Ed è per questo che ancora oggi, quando passo dalla stazione di Crestwood, non posso fare a meno di sorridere, rivivendo nella mia mente quell’immagine come se fosse la prima volta.