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- FEBBRAIO 2018 -
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Mondo Italoamericano
Licia Albanese
L’indimenticabile regina newyorkese della Lirica… con Bari nel cuore
La grande cantante si è spenta nella metropoli statunitense nell’agosto 2014, all’età di 105 anni.
Franco Chieco ne ricorda la vita e la straordinaria carriera.
Al Metropolitan si esibì per 26 stagioni di fila e il grande Toscanini la volle per La Traviata.
Bridge Apulia USA le ha conferito un riconoscimento nel 1999 all’Istituto Italiano di Cultura di New York
di Franco Chieco
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Una Licia Albanese giovanissima
interpreta Mimì ne “La Bohème”

Un punto di riferimento, quasi mitico, Licia Albanese è sempre stata. Barese verace, e senza il minimo dubbio, ha vissuto buona parte della sua vita a New York, ma il suo cuore ha ben custodito la memoria, il culto della città natale, il dialetto barese è stato un alimento della sua ardente musicalità. E sì che di musica si è nutrita per più di un secolo. Un mito anche la sua età, per quel che possa importare se di anni, quando i suoi occhi lucenti si son chiusi per sempre, fossero soltanto 105. Un mito il particolare, singolare, che le circostanze abbiano scandito la sua strepitosa carriera lontano dalla città che ha sempre amato, tanto da tornarvi assiduamente per le vacanze. E Paolo Catalano, il nostro indimenticabile Paolo, era sempre pronto ad intervistarla (che piacere, rileggerle oggi, quelle gustose chiacchierate).

Sembra incredibile, ma soltanto noi di una certa età abbiamo avuto la fortuna di ascoltare dal vivo la sua voce: è stato al Piccinni che tra gli ultimi giorni del dicembre 1956 e i primi del gennaio 1957, in sei serate indimenticabili, ha cantato in Madama Butterfly e Traviata. Paradossalmente invece al Petruzzelli è stata per un concerto nel marzo 1964, accompagnata al pianoforte da Michele Marvulli. Un trionfo che non poteva non riallacciarsi idealmente agli anni del debutto, quando, giovanissima, cantò in Bohème e in Manon di Massenet, nell’arco di due settimane, fra il 29 dicembre 1934 e il 12 gennaio 1935. Troppo poco, ovviamente, per la città natale.

Ma tutta la storia artistica di Licia Albanese si svolge in America, anche se, non proprio casualmente, tutti gli aspetti della vita privata sono legati alla “sua” Bari. A New York sposa una figura di rilievo istituzionale, autorevole finanziere a Wall Street e segretario amministrativo del Partito repubblicano di Nixon: si chiama Joe Gimma, però all’anagrafe è Giuseppe, è barese! E così accade che una sera, nello splendido appartamento in Park Avenue, sia proprio Nixon a sedersi al pianoforte per accompagnare Licia in un piacevole programma di brani dei musical in scena a Broadway.

Ma tutto era scritto nella storia. Si era appena affermata alla Scala, negli anni Trenta, quando fu l’America a catturare Licia, come aveva fatto con Caruso, Gigli, Schipa e poi con Renata Tebaldi. Se anche avesse voluto tornare in Europa, a bloccarla drasticamente fu lo scoppio della guerra, nel 1940. Rimase ostaggio di lusso del pubblico statunitense che entusiasticamente adottò una cittadina di uno stato nemico. “Ma io – ci disse – negli USA ero considerata e amata come un’amica”. Al Metropolitan, incoronata regina, cantò ininterrottamente per 26 anni. E venne l’esperienza fondamentale, incomparabile con Arturo Toscanini. Nel 1946 ricorreva il cinquantenario della prima di Bohéme tenuta a battesimo nel 1896 a Torino dal maestro. Si decise di registrare un’edizione discografica, che doveva rimanere storica. La Mimì scelta da Toscanini fu, senza mezzi termini, Licia Albanese, che s’impose con una interpretazione appassionata, palpitante. E subito dopo Toscanini la volle per la Traviata. “Un’altra immensa gioia, – mi disse – Toscanini è stato l’ultimo grande direttore che ho conosciuto. Abbiamo imparato tutti da lui. Abbiamo scoperto il significato delle opere che dovevamo interpretare: il valore dei segni, del fraseggio. Un personaggio non nasce per caso: bisogna conoscerlo dentro per farlo rivivere, con la musica e con i gesti, con il calore e la forza dell’espressione”. Questa Traviata che con la sua lettura serrata rimise in discussione dogmi consolidati, resta ancor oggi un esempio di incalzante lucidità drammatica.

Fu un colpo anche per lei, nel 1991, l’incendio del Petruzzelli e ne attese con ansia la rinascita. Quando, alcuni anni addietro, Franca Cella andò a trovarla insieme con altri critici italiani, aveva fra le mani il mio libro, Il fu teatro Petruzzelli. Sbirciato il titolo, Licia non esitò un attimo. Glielo sfilò e volle tenerselo. “Resterà il teatro della mia città, del mio cuore”.

 

Per gentile concessione di Contrappunti (settembre-ottobre 2014)