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- FEBBRAIO 2018 -
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Letteratura
Il mondo della memoria di Tusiani
in un concerto a Foggia
Ispirato al poemetto Maste Peppe cantarine un concerto dei Solisti Dauni, diretti dal Maestro Domenico Losavio, su musiche di Teresa Procaccini, si aggiunge alla preziosa serie di messe in scena di opere dialettali di Joseph Tusiani.
La figura del calzolaio “Maste Peppe” tra quotidianità semplice e felice e rischiose ambizioni di ricchezza
di Sergio D’Amaro
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Foggia. Teatro del Fuoco, 8 novembre 2012. Il Maestro Domenico Losavio, la compositrice Teresa Procaccini, l'attore Paolo Panaro e i Solisti Dauni, Fernando Saracino (fagotto), Vincenzo Conteduca (clarinetto), Antonio Amenduini (flauto) e Domenico Monaco (pianoforte) alla fine dello spettacolo ispirato al poemetto di Joseph Tusiani, Maste Peppe cantarine

Un concerto liberamente ispirato al poemetto di Joseph Tusiani Maste Peppe cantarine si è tenuto al Teatro del Fuoco di Foggia, lo scorso novembre, per il terzo appuntamento della rassegna “Teatri possibili” dei Solisti Dauni.

Le musiche originali di Teresa Procaccini e la voce narrante di Paolo Panaro, accompagnato dai Solisti Dauni diretti da Domenico Losavio, hanno dato vita alla rappresentazione. I musicisti impegnati erano Antonio Amenduni al flauto, Vincenzo Conteduca al clarinetto, Fernando Saracino al fagotto e Domenico Monaco al pianoforte.

La traduzione di un’opera di Tusiani in forma musicale non è nuova, potendo vantare anzi una lunga serie di appuntamenti che si sono andati infittendo nell’ultimo decennio in diverse sedi. La vena narrativa dell’autore ha prodotto, del resto, una gran messe di opere in dialetto garganico di San Marco in Lamis (ora raccolte in Storie dal Gargano), configurandosi come la risposta ad una vocazione incontenibile al racconto, realistico o fantastico, del mondo originario.

Al centro di Maste Peppe campeggia il luogo per eccellenza della mitografia tusianea, e cioè il quartiere della ‘Palude’, dove l’autore ha abitato fino al momento di partire per l’America insieme alla madre. Nella ‘Palude’ c’è la sintesi del mondo popolare e una fetta significativa dell’umanità, esposta a sentimenti e patimenti, a desideri e a rinunce. Il protagonista del poemetto è un campione di questa condizione ed esercita il mestiere di calzolaio. La sua felicità consiste nel lavoro e nel piacere di cantare pezzi famosi del repertorio napoletano e locale, somigliando in tal modo al personaggio animato da un giovane Totò nel film San Giovanni decollato. Su quell’umile deschetto artigianale s’infrangono pene e malanni e si espande tutt’intorno un’aria di serenità e di benevolenza. Ma come avviene nelle belle favole, anche qui il buon Peppe è insidiato dalla tentazione della ricchezza, incoraggiata da don Paolo, uno dei prominenti del paese. Mastro Peppe lascerà la sua ‘Palude’ e diverrà ricco? Soprattutto, rinuncerà a una vera felicità per inseguire un’infelice ambizione? Quando avverte che la situazione sta crollando, e cioè che i figli si stanno già disputando il piccolo tesoro messo a disposizione dall’interessato benefattore, Maste Peppe rinuncia immediatamente a quella diabolica opportunità e non segue certo il destino di Mastro don Gesualdo, crocifisso fino alla fine alla maledizione della sua ‘roba’. Così potrà ritornare a cantare beatamente all’interno del suo quartiere.

Ancora una volta Tusiani offre uno scioglimento positivo per una vicenda all’insegna di una sana saggezza ancestrale, che ha conservato gelosamente all’interno del suo mondo poetico facendone esplicito messaggio nella sua abbondante produzione dialettale.

La reinterpretazione musicale della nota compositrice Teresa Procaccini è stata davvero esemplare. La sua lunga esperienza, che comprende un ventaglio vastissimo delle opere più diverse (dal concerto per solista e orchestra a composizioni per diverse formazioni da camera, dall’opera lirica a brani per balletti, melologhi e azioni sceniche, dalla musica sacra per soli, coro e orchestra a composizioni per banda) ha saputo evidenziare i passaggi più succosi dell’opera, i suoi colpi di scena, il brio inconfondibile di personaggi che sembrano usciti dal più vivo teatro popolare.