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- NOVEMBRE 2017 -
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Proverbi dialettali
Un fantastico, modernissimo strumento didattico: la filastrocca I capelli d’oro
La fronte medica
Le due candele
Lu ruccu ruccu
Lu mangiatuttu
Lu centrune
Lu capasune

[I capelli d’oro
La fronte medica
Le due candele
Il colombo
Il mangiatutto
Il grosso chiodo
Il grande orcio]
(Salento)
di Alberto Sobrero
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Bruno Maggio. China

Questo in realtà non è un proverbio, e per giunta chi non lo conosce già non ci capisce niente. Tuttavia lo prendiamo in considerazione perché non vorremmo che si pensasse che la cultura tradizionale tramandata per via orale consista solo nei proverbi. Ci sono i canti e le poesie popolari, i blasoni popolari, gli indovinelli, le fiabe… E le filastrocche, come quella che commentiamo oggi.

Anche le filastrocche, nel loro piccolo (si fa per dire…), servono a tramandare una visione del mondo, una fisionomia della società, un quadro di valori e di credenze, col fine di educare le generazioni più giovani a certi comportamenti. Secondo la definizione della Treccani la filastrocca è una “canzonetta o composizione cadenzata (talvolta anche in forma di dialogo), generalmente in metri brevi assonanzati o rimati, con ritmo celere, formata di frasi collegate tra loro da richiami meramente verbali, che viene recitata o cantata dai bambini nei loro giochi, o anche dagli adulti per divertire, quietare, addormentare i bambini stessi”. Dunque svolge una funzione sociale specifica, per una nicchia di mercato ben individuata: i più piccini. Tutte le filastrocche sono allegre, ritmate, vivaci, e orientano i bambini verso una visione positiva, giocosa della società e della vita. Non accadrà più, in nessuno dei tipi di testo della cultura popolare, per le età più adulte. Come dire che l’unica età serena e fiduciosa è la prima infanzia, e che strumenti come le filastrocche hanno la funzione di proteggerla e incoraggiarla, perché è la parte più debole, delicata e importante. È la start up della società di domani.

Avviciniamoci alla nostra filastrocca. Per comprenderla bisogna situarla in un contesto ben preciso, e completarla con l’indicazione dei gesti che devono accompagnare ogni verso. Il contesto è: la mamma tiene il bimbo sulle ginocchia; la gestualità è questa:

I capelli d’oro la mamma tocca con l’indice i capelli

La fronte medica tocca con l’indice la fronte del bambino (intesa come sede della sapienza?)

Le due candele gli tocca alternativamente gli occhi

Lu ruccu ruccu gli tocca il naso

Lu mangiatuttu gli tocca le labbra

Lu centrune gli tocca lo sterno

Lu capasune gli solletica d’improvviso il pancino

Siamo in una società dialettofona, e in questa fase di primo apprendimento linguistico ci si aspetta che la mamma insegni al piccolo, divertendolo, i nomi delle varie parti del suo corpo, designandole con i rispettivi termini dialettali. Invece non è così: l’operazione è più raffinata. Con questo gioco di identificazione delle parti del corpo il bambino impara, al di là del rapporto fra le cose e i loro nomi, un meccanismo fondamentale del linguaggio umano: la metafora. Gli occhi sono due candele, lo sterno è un grosso chiodo conficcato nel petto, la pancia è un otre. Scopre già lo stesso meccanismo che, passando dalle immagini alle parole, serve a noi adulti per renderci familiari concetti come ‘braccio di mare’ o ‘pancia dell’aereo’, partendo dalla conoscenza del braccio o della pancia dell’uomo. La filastrocca diventa uno strumento dell’addestramento ai meccanismi complessi della lingua, in simultanea con l’addestramento a quelli più semplici (la denominazione, la gestualità).

E c’è dell’altro. Non so se ci sono varianti più arcaiche, interamente dialettali, ma questa che ho trovato come molto antica presenta due fasi: i primi tre ‘versi’ sono in italiano, gli altri in dialetto. Una filastrocca bilingue. Cambiando idioma nel corso della filastrocca la mamma insegna con la massima naturalezza la coesistenza ‘pacifica’ di due idiomi nella stessa competenza linguistica, coesistenza che consente di passare con facilità dall’uno all’altro, nello stesso testo. È un concetto complicato, acquisito solo di recente dalla linguistica, e non ancora ben digerito dall’educazione linguistica.

Come insegnare la metafora, come far prendere coscienza del plurilinguismo e coltivare il gusto della variazione in lingua: ce lo stiamo chiedendo solo da pochi anni, e nei convegni lo presentiamo come il più moderno dei problemi.

A ben guardare, frugando in proverbi e filastrocche, pare proprio che i nostri antenati abbiano ancora molto, molto da insegnarci.

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