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- NOVEMBRE 2017 -
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Proverbi dialettali
Quando la parodia può sfidare la sacralità Patre, chjacune
ciggere fritte
e maccarune

[Padre, fichi secchi,
ceci fritti e maccheroni]
(Bari)
di Alberto Sobrero
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Bruno Maggio. China

Più che un proverbio è una breve irriguardosa minicantilena. Fa il verso alla formula che accompagna il segno della croce: comincia con l’invocazione al Padre, con la quale si apre anche l’invocazione trinitaria ‘In nome del padre – del figlio - e dello Spirito Santo’ e poi segue la stessa partizione. La formula che accompagna il segno della croce, come tutti sappiamo, è composta da quattro parti, che nel rito cattolico così si succedono:

  1. 1) In nome del Padre – si tocca la fronte

  2. 2) del Figlio – si tocca lo sterno

  3. 3) e dello Spirito – si tocca la spalla sinistra

  4. 4) Santo – si tocca la spalla destra.

Nella parafrasi laica i quattro passi sono scanditi da espressioni che appartengono a un piano diametralmente opposto, anzi speculare rispetto a quello della formula cattolica. Padre-Figlio-Spirito Santo formano una triade che racchiude il più grande mistero della religione cristiana, evocano profondità di discussioni teologiche e concetti tanto astratti da risultare incomprensibili alla gente comune; in contrapposizione, nella dissacrante parodia vengono usate parole che evocano i concetti più comprensibili perché legati alle più concrete esigenze di quotidiana sopravvivenza: prodotti della natura e piatti della cucina pugliese.

La successione, vista in parallelo, è dunque:

Padre – patre

Figlio – chjacune

Spirito – ciggere fritte

Santo – maccarune

Con un’aggiunta preziosa: la ritmicità della scansione è marcata, nella parodia, da una rima (chjacune – maccarune) che manca nella versione parodiata.

I paralleli non si fermano qui, ma non è il caso di annoiare il lettore. Quello che preme far notare è lo spirito irriverente della parodia, che tocca i fondamenti stessi delle religione cattolica. Siamo ai confini con la derisione. Nelle religioni monoteiste questa è l’offesa più grave: nell’Islam – come ben sappiamo da Charlie Hebdo, anzi da Salman Rushdie in poi – l’offesa a Maometto può essere punita con la morte. Nel nostro proverbio-cantilena troviamo una parodia dei simboli sacri che sfiora lo scherno, e la troviamo addirittura in un testo popolare, cioè nella forma di cultura più diffusa in ogni strato della popolazione. Come si spiega? Vuol forse dire che il cattolicesimo è infinitamente più tollerante dell’Islam? Le cose non sono così semplici.

Una delle spiegazioni possibili – insieme alle molte che possono venire dalla considerazione di due millenni di storia dei rapporti fra la Chiesa e il popolo – può essere cercata proprio all’interno del mondo dei proverbi, guardando all’insieme di queste e di altre consimili attestazioni di cultura popolare.

Ebbene, nei proverbi pugliesi si distinguono nettamente due serie, che portano messaggi ben diversificati a seconda dell’argomento: da una parte la religione, dall’altra i preti.

Religione. Tutti i proverbi di quest’area diffondono messaggi di sottomissione ai voleri del Signore (ad esempio: stimme a ra mene suò domene ‘Siamo nelle mani del Signore’; méle e bbéne / da Ddije addevéne ‘male e bene / da Dio provengono’), di fiducia illimitata nella Provvidenza (quandu Diu ole tte pruìa / sape la casa e troa la ìa ‘Quando Dio vuole provvedere a te / sa la tua casa e trova la via’), in Cristo e nella Madonna (allu spruuìste / ce pènze Criste ‘a chi è sprovvisto / provvede Cristo’; Médonne, pigghjatìuue / e quénne è grénne énnuscemìuue ‘Madonna, prenditelo – mio figlio – / e quando è grande riportamelo’) ecc.

Ben pochi proverbi, invece, esaltano le virtù del prete: al contrario, preti e frati sono spesso venali (sènza solede ne nce cante mésse ‘senza soldi non si canta messa’) e grandi seduttori (o moneche se ne ficche, sficche ‘il monaco, se non ficca sficca’, ovvero: anche se non seduce tua moglie qualcosa si porta via comunque), vivono vite sregolate e danno cattivi esempi (fa come prèvete dice / e nno come prèvete fé ‘fa come il prete dice e non come il prete fa). I precetti che ne conseguono vanno da un generico sìntete la messe e scappatìnne ‘ascolta la messa e scappa dalla chiesa’ a un minaccioso munece, privete e cchéne / statte sèmpe pe na varra mméne ‘con monaci, preti e cani / sta sempre con una spranga in mano’.

Le complesse e spesso incomprensibili simbologie dei riti di chiesa – fra i quali rientra la formula che accompagna il segno della croce – sono percepite come qualcosa di intermedio fra la religione e i preti: nelle formule latine e nelle parole misteriose (o misteriche) il popolano sente la sacralità di ciò che si riferisce alla dimensione divina ma anche la pericolosa incomprensibilità del latinorum di Renzo. L’esperienza gli ha insegnato che quando i potenti usano formule oscure in linguaggi arcani nascondono un tranello, e dunque è bene diffidarne. Nell’affrontare questo ‘mondo di mezzo‘ sorge dunque un problema: come mettere in guardia da qualcosa (la vuota ritualità di formule incomprensibili) senza intaccare la sacralità della religione? Soluzione: attingendo alle risorse della parodia e dell’ironia; strumenti potenti, che consentono di trasfigurare una realtà e di spostarla su un piano diverso senza rischiare l’offesa alla religione.

Ed ecco i nostri piatti di fichi secchi, ceci fritti e maccheroni: il sottofondo sa d’incenso, con sfumature sulfuree, ma il piatto è servito con spirito leggero. Sa quasi di Seminario (un po’ scanzonato).

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