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- NOVEMBRE 2017 -
HOME - Puglia - Proverbi dialettali - Dalla poesia alla “prosa” Questo è l’amore
Proverbi dialettali
Dalla poesia alla “prosa”
Questo è l’amore
U primm’anne a ccore a ccore
U secunde a ccule a ccule
U terz’anne a ccalge n gule

[Il primo anno cuore a cuore
Il secondo culo a culo
Il terz’anno a calci in culo]
(Area barese e Puglia settentrionale)
di Alberto Sobrero
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Bruno Maggio. China

Il lettore non si stupirà del linguaggio crudo. La cultura popolare non conosce le mille ipocrisie della cultura borghese e, ancor meno, di quella aristocratica: chiama ogni cosa con il suo nome, essendo pressoché immune dal tabù che nella società moderna censura la ‘parolacce’ (i termini che designano i bisogni corporali, quelli che rientrano nella sfera sessuale e, per buona parte, quelli della sfera religiosa). Del resto, ad essere sinceri, se si cerca un’espressione da contrapporre a ccore a ccore, a ccalge n gule è ben più espressiva dell’educato ‘a calci nel sedere’ o ‘nel posteriore’. Anche la poesia ne guadagna, in fondo.

Il nostro proverbio traccia la storia di un’unione infelice in tre versi fulminei, che identificano tre momenti cruciali del rapporto: quello della passione (ccore a ccore), della prima fredda ostilità (a ccule a ccule) e dell’avversione (a ccalce n gule). Siamo nel regno degli stereotipi, che costituiscono il brodo di cultura dei proverbi. Il messaggio è trasparente: è l’invito a non farsi illusioni sulla vita matrimoniale, a considerare effimero il piacere della vita a due, ad aspettarsi che l’amore bruci rapidamente e lasci freddo e cenere, che la passione si trasformi ben presto in odio rancoroso. Sullo sfondo, come quasi sempre, la misoginia, e un pessimismo appena attenuato da un ‘carpe diem’ senza speranza.

Un messaggio così intriso di negatività, tuttavia, è trasmesso in modi tutt’altro che cupi. La scelta lessicale, anche se è meno sboccata di quanto sembrerebbe a noi, è allegra e disinvolta, il ritmo è molto vivace (si tratta di una terzina, formata da tre ottonari, e l’ottonario è il verso tipico della lirica popolare: ritmato, semplice, di facile memorizzazione), le immagini evocate sono di un realismo fortemente icastico (due culi, un calcio nel sedere), un po’ deformante un po’ irridente. La vita, insomma, è triste ma va vissuta con disincanto: se l’intreccio è drammatico la narrazione sia brillante, se possibile allegra.

Il lettore avrà notato che l’effetto-allegria, nel nostro caso, è ottenuto con l’impiego di un mezzo stilistico tipico dei proverbi e dei motti: la struttura a ritmo ternario. Tre è infatti la cifra stilistica della terzina.

Tre sono i versi, tre le coppie di parole bisillabe che concludono ogni verso, in perfetta identità metrica e ritmica (ccore a ccore, a ccule a ccule, a calge n gule). E per quanto riguarda i fatti evocati, tre sono gli anni presi in esame (u primm’anne, u secunde, u terz’anne), tre sono i sentimenti sotto osservazione (la passione, il distacco, l’avversione). E tre – a ben vedere – le prospettive, tutte diverse: quella dell’innamorato, che conosce solo il linguaggio della passione, quella del disamorato, che conosce solo il linguaggio dell’odio, e quella del grande saggio, che sa come vanno le cose nel mondo e da lontano dispensa le sua perle di saggezza.

Siamo nel pieno di quella che è stata definita la fascinazione del numero tre. Questo espediente stilistico, come si è già notato altrove, è frequentissimo in area pugliese: per fare un esempio, limitandoci alle occorrenze delle parole che designano i numeri dal tre al sette, nella raccolta di proverbi di Nicola De Donno le occorrenze sono queste: il numero tre ricorre 131 volte, il quattro 41 volte, il cinque solo sette volte, il sei 13 volte e il sette 33 volte. In linguaggio calcistico si direbbe che non c’è partita: tre su tutti.

Del resto la dislocazione del testo e dei contenuti su tre piani è così frequente che per i nostri proverbi gli studiosi parlano di ‘struttura triadica’ e per spiegare la ‘fascinazione del tre’ chiamano in causa persino il subconscio collettivo. Sarà, ma forse, per spiegarla, è sufficiente ripercorrere i sentieri della storia letteraria e ricordare la triade strofica del coro greco classico, praticamente immutata da Stesicoro in poi. Dalla poesia greca antica alla tradizione popolare dell’Italia meridionale (per lunghi secoli di cultura greca): una trafila forse non documentabile ma certo plausibile.

Ancora una volta, un proverbio della nostra regione è portatore di informazioni preziosissime su tanti piani: storico, antropologico, metrico-stilistico, linguistico, letterario, persino psicanalitico. E conserva tuttavia un pizzico di mistero.

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