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- NOVEMBRE 2017 -
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Proverbi dialettali
Gli ipocriti?
Più pericolosi del calcio di un mulo
Tre cose t’ài guardare
Lu culu de li muli
Lu dente de li cani
E cci tene sempre rusariu a lli mani

[Da tre cose ti devi guardare
Il culo dei muli
Il dente dei cani
E chi tiene sempre il rosario fra le mani]
(Salento)
di Alberto Sobrero
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Bruno Maggio. China

Una struttura ricorrente, quasi tipica, dei proverbi è quella cosiddetta triadica, costituita dal succedersi di tre elementi (parole, frasi, ma spesso – anzi quasi sempre – versi) che contrassegnano ritmicamente il succedersi degli argomenti e il progredire delle argomentazioni. Nel nostro caso si tratta di un elenco di ‘cose’ pericolose, presentate secondo una schema che mette in primo piano proprio il numero tre: “Da tre cose…”. Lo schema è così ricorrente che Nicola De Donno, il massimo raccoglitore e studioso di proverbi salentini, vi ha dedicato un libro in cui ha raccolto ben 516 proverbi a struttura triadica. Il titolo è 516 proverbi salent(r)ini ma il sottotitolo è eloquente Il numero tre nell’immaginario popolare di Terra d’Otranto (Congedo, Galatina 1994).

Perché proprio il numero tre? La risposta non può che riposare sulle misteriose valenze simboliche attribuite a questo numero da tutte le culture, antiche e meno antiche: per la nostra civiltà basta pensare alla centralità della Santissima Trinità nella dottrina cattolica: ma gli esempi sono davvero molti. Oltre a questo piano, per così dire, misterico, il fascino del numero tre si dispone, per il nostro proverbio, anche su altri due piani, insieme paralleli e convergenti: il piano metrico-ritmico e quello della cosiddetta ‘progressione tematica’.

Metricamente, si osservi la successione: lu culu de li muli è un settenario, lu dente de li cani è un altro settenario dalla struttura identica al precedente: ma il terzo verso rompe del tutto l’armonia, con la somma di due senari: e cci tene sempre e rusariu a lli mani. L’attenzione di chi ascolta (perché i proverbi si ascoltano, non si leggono) è tutta sul terzo verso, che spariglia la metrica impostata dai primi due, creando un curioso – e intrigante – effetto di disarmonia. Ritmicamente, un crescendo.

Sul piano della progressione tematica, cioè della successione dei contenuti, la scalarità è perfettamente analoga. Il primo verso della triade parla di una parte poco nobile del corpo di un animale (il culo del mulo: con assonanza interna); il secondo segue la stessa strada parlando di una parte in qualche modo temibile del corpo di un altro animale (il dente del cane); il terzo cambia completamente strada, parlando non di un animale ma dell’uomo, non di una parte del corpo ma di un oggetto di alto valore simbolico (il rosario), e del male che può derivare non da un pericolo fisico portato dal mondo della natura ma da un vizio morale, da una deformazione caratteriale portati dal mondo dell’uomo. Anche in questo caso, due versi di preparazione e il terzo di rottura. Inutile dire che l’insegnamento prodotto dal proverbio è concentrato sull’ultimo verso, quello in cui culmina il crescendo ritmico, metrico, contenutistico.

Anche così si costruisce un proverbio: creando attese e poi eludendole, infrangendo una regola appena statuita, stupendo chi ascolta con un finale inatteso. È lo stesso principio del romanzo giallo: con la differenza che qui tutto si svolge nel fulmineo spazio di tre versi.

Il lettore avrà naturalmente osservato che, dando peso alla progressione di cui s’è parlato, l’ipocrisia di un uomo appare più pericolosa del calcio di un mulo o del morso di un cane. Come dire che sul palcoscenico della storia il ruolo del cattivo è riservato all’uomo.

Temo proprio che sia questo il messaggio profondo di questo proverbio triadico di antica saggezza.

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