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- NOVEMBRE 2017 -
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Proverbi dialettali
Ma quale “Eldorado”?! Ce vole fateiè
Améreche è ddò e Améreche è ddè

[Per chi vuole lavorare /
America è qui (in patria) e America è là]
(Puglia settentrionale)
di Alberto Sobrero
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Bruno Maggio. China

Anche questo proverbio, come altri che abbiamo già incontrato, e come altri che il lettore già conosce, verte sul tema “il lavoro” e ha come sottotema “lo scansafatiche”. Questo personaggio è preso di mira spesso e volentieri, è messo in caricatura e additato al pubblico ludibrio per quello che nell’ordine che governa il mondo dei proverbi è il reato più grave: sottrarsi all’obbligo di lavorare, come si diceva una volta, da un’avemaria all’altra, cioè dall’alba al tramonto. Le donne possono essere riprese per molti comportamenti eticamente riprovevoli: la civetteria, il mancato ossequio al maschio, la scarsa cura per la casa, la smania di spettegolare, persino per la bruttezza; invece i difetti dell’uomo (sfarfallare tra le donne, ubriacarsi, picchiare la moglie) sono visti per lo più con simpatia, o quanto meno con indulgenza. Tutti, tranne uno: appunto, non lavorare.

Il lavoro è fatica: nessuno ti regala niente. Guai a illudersi di trovare un lavoro facile e di arricchirsi in poco tempo senza faticare. Il proverbio lega la fatica di lavorare, nelle nostre terre povere e avare, al grande mito dell’America: Eldorado dei nostri antenati, terra dei sogni dove intere generazioni non solo di pugliesi ma di tutte le regioni sono emigrate sperando di sfuggire alla miseria della propria terra, alla disperazione della povertà e della fame, col sogno di un lavoro facile e molto, molto remunerativo.

In Puglia, come in tutte le civiltà contadine da cui si fuggiva in cerca di fortuna, l’emigrazione aveva un forte contenuto socialmente rivoluzionario: attraverso le lettere e i racconti degli emigrati, le rimesse in denaro, le sollecitazioni di imprenditori in cerca di mano d’opera e la nuova mentalità di chi tornava (con i nuovi miti dell’istruzione, della scalata sociale, del successo) si inoculavano germi di progresso e di trasformazione radicale in una società da secoli stazionaria, sempre uguale a se stessa. Il rischio di indebolimento, al limite del collasso, delle impalcature su cui si reggeva la comunità tradizionale era ben presente ed era contrastato dalle strutture deputate alla conservazione dello status quo. Quali? Il potere politico, certo. La Chiesa, sicuro. Ma anche il mondo dei proverbi, al quale era affidato, in buona parte, il compito di conservare e tramandare nei secoli i fondamenti dell’etica e della cultura tradizionale, con la rigidità delle Tavole della legge e l’imperativo del non-cambiamento.

Il proverbio di questo mese vuole smontare il mito dell’America-Eldorado in nome della sacralità del lavoro-sacrificio, valore cardine della civiltà contadina. Proietta un’ombra di sospetto sugli obiettivi di chi emigra, bollandolo appunto con l’epiteto più ignominioso: scansafatiche. La filosofia sottesa si può sintetizzare parafrasando un detto famoso (o meglio famigerato): tutto nel paese, nulla al di fuori del paese.

Ma il fenomeno di cui stiamo parlando ebbe le dimensioni delle migrazioni di popoli: i grandi movimenti migratori dalla Puglia all’America avvennero fra il 1900 e il 1920 e registrarono cifre impressionanti (si superarono anche i 40.000 emigrati all’anno). Complessivamente, fra la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento, si stima che sia partito da questa regione oltre un milione e mezzo di persone. Di queste, almeno un milione è rientrato in Italia. Oggi sappiamo che il Mezzogiorno è cambiato anche – se non soprattutto – grazie a queste partenze e a questi arrivi, ai cambiamenti che imponeva il contatto con culture diverse e con modelli sociali ed economici più dinamici e potenti, la scoperta di mondi diversi, del rispetto per sé e per l’altro, del diritto a migliorare le proprie condizioni di vita. E sappiamo che a queste novità travolgenti le strutture della conservazione hanno cercato di reagire, ma solo le più forti e organizzate (la Chiesa, il potere politico) sono riuscite a resistere, garantendosi la sopravvivenza grazie a meccanismi sofisticati di adattamento. Il mondo dei proverbi, fragile realtà virtuale che si regge sulla fragile oralità, non ce l’ha fatta. I suoi ammonimenti non sono bastati.

Quello che ne rimane non è incernierato nel presente né nel futuro: è una bella, importante, umana, piacevole, ricca testimonianza del mondo di ieri. Qualunque cosa significhi per noi “ieri”.

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