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- NOVEMBRE 2017 -
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Proverbi dialettali
La dura legge della fame Ci me dae mmangiare
Chiamu tata

[Chi mi dà da mangiare
Lo chiamo papà]
(Salento)
di Alberto Sobrero
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Bruno Maggio. China

Il tema di questo proverbio è cruciale, è forse il motivo conduttore di tutta la sinfonia di proverbi che distillavano la saggezza secolare dei salentini: la fame.

Ci riporta a una società in cui un istinto dominava su tutti: l’istinto di sopravvivenza. Che aveva due caratteristiche fondamentali: condizionava la vita di tutti i giorni, per tutta la vita, e riguardava una massa enorme di popolazione, non solo in questa o quella civiltà, ma in tutti i popoli del mondo. Era il problema di quasi tutta la vita: centrale, quotidiano e universale. E aveva caratteri di drammaticità che a noi – anche in questi momenti di gravissima crisi economica – sono sconosciuti. Ne troviamo qualche traccia documentale in spezzoni cinematografici in bianco e nero (i film neorealistici del secondo dopoguerra) o in rare ricostruzioni narrative o cinematografiche (ad esempio L’albero degli zoccoli di Olmi): storie raccontate, che per noi sono voci da un altro mondo, che ci arrivano attutite, misteriose, lontane.

Sopravvivenza e lotta alla fame avevano invece per larghissimi strati della popolazione un carattere di crudele quotidianità, quasi di normalità. Per questo sono temi ricorrenti nei proverbi e nei modi di dire di tutto il mondo. Da sempre.

Ci me dae mmangiare / Chiamu tata: un brandello di cinica filosofia esistenziale che dà un’idea del livello estremo di abbrutimento a cui spinge la fame, quella vera.

I rapporti genitori-figli sono un carattere primitivo del vivere sociale: creano il vincolo di base dei rapporti umani, il più stretto e inviolabile. Ebbene, la lotta per la sopravvivenza è così aspra e definitiva che tutto può mettere in discussione, persino questo vincolo primordiale: purché qualcuno mi dia da mangiare sono disposto a riconoscergli il titolo che è più sacro ad ogni essere umano, cioè a rinunciare al rapporto d’amore più forte che esista in natura. Metto l’appellativo di padre a disposizione di chiunque mi dia, in cambio, un tozzo di pane.

Si noti. La situazione è disperata, disperatissima, ma l’ultima risorsa che si mette in gioco è l’appellativo di “padre”, non quello di “madre”. Nell’imbarbarimento generale di una società che risponde solo agli istinti primordiali, un solo rapporto umano si mantiene integro, intoccabile, incorruttibile: quello del rapporto madre-figlio. Che rimane la pietra angolare della vita individuale, famigliare, sociale. Il rapporto da cui nasce e su cui cresce la vita. L’ultimo relitto di umanità nel naufragio di tutti i valori.

Un’osservazione, infine, di tipo cronologico. Il proverbio dev’essere molto antico: non solo perché ‘tata’ è la più antica delle forme lessicali in uso in Puglia per indicare il padre, ma perché questo non ha la veste metrica degli altri proverbi: distribuzione su due o tre versi, rime, struttura metrica riconoscibile. Ha piuttosto la veste del detto memorabile, della ‘perla di saggezza’, una frase icastica che si tramanda con la forza stessa del messaggio, senza bisogno di artifici mnemonici facilitatori. E i detti proverbiali sono di solito anteriori ai proverbi in rima. Sono antichissimi, come antichissima è la fame.

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