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- NOVEMBRE 2017 -
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Proverbi dialettali
La superbia dell’uomo-pulce Quannu la pulice se vitte a la farina
disse ca era capu mulinaru

[Quando la pulce si vide nella farina / disse che era capo mugnaio]
(Proverbio salentino, ma diffuso in varianti diverse in tutta la Puglia)
di Alberto Sobrero
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Bruno Maggio. China

 

     Una scenetta in due versi. Fulminante. La pulce si trova in un mucchio di farina, si guarda intorno stupita ed esaltata e subito decide di autoproclamarsi capo mugnaio.

     Il contadino – o il garzone o la massaia – pugliese che ripeteva questo proverbio in casa – magari parlando con i figli – o all’osteria o al lavoro, sapeva che chi ascoltava avrebbe tradotto subito le immagini di questa scenetta in una narrazione. Più o meno questa: anche l’essere più piccolo e insignificante, se si trova per qualche motivo in mezzo alle ricchezze, spesso si monta la testa, si gonfia di superbia e si attribuisce meriti e titoli che non ha, esponendosi al ridicolo. Da una scenetta una narrazione, e dalla narrazione la regola di vita: non bisogna mai montarsi la testa, anche quando le cose vanno bene. Ogni uomo deve contenersi nei limiti che ha fissato per lui la natura, o il Signore.

     Così funzionavano i proverbi ‘morali’: rappresentavano con una metafora, di solito presa dal mondo degli animali, e in qualche modo divertente, o attraente, vizi e virtù degli uomini. Nella società dei proverbi questa rappresentazione innescava automaticamente un insegnamento morale, che così passava di padre/madre in figlio/a, e poi di figlio in nipote e così via.

     È una tecnica vecchia come il mondo, e si è sempre usata non solo nei proverbi ma anche nelle favole per bambini (la volpe e l’uva, il lupo e l’agnello, il bue e la rana...), sempre con lo stesso fine: conservare e riprodurre attraverso le generazioni il sistema di regole che governa la società e che si ritiene il migliore possibile.

     In quest’operazione i proverbi attingono a una galleria limitata di personaggi proprio perché contano sul fatto che il nostro comportamento è ripetitivo. Noi pensiamo che gli uomini cambino, nel tempo, e prendiamo in giro i nostri genitori e i nostri nonni perché ci riteniamo diversi, più moderni, migliori. Invece i nostri schemi di comportamento non cambiano, dai tempi dei tempi: il gradasso, l’avaro, il sempliciotto, il corrotto e il corruttore, l’iracondo e il flemmatico... sono tipi che ricorrono nelle commedie, per quel che ne sappiamo, fin dall’antichità greca (ma forse anche prima). Anche il personaggio umano che agisce dietro le quinte del nostro proverbio è un tipo eterno.

     C’è sempre un uomo-pulce che s’infarina e si nomina capo supremo, dandosi arie da uomo superiore, e non si accorge che gli altri continuano a vederlo per quello che è, una piccola e insignificante pulce infarinata. Anzi, oggi ce ne sono più di prima, perché la ricchezza è diventata l’obiettivo principale della vita, e molti pensano che li nobiliti e li faccia crescere automaticamente nella considerazione degli altri. Così non è, invece, e il mondo si è riempito di uomini – e donne – pulce, molto infarinati ma piccoli piccoli.

     I proverbi magari non si usano più, ma la realtà a cui si riferiscono c’è ancora. Con modi e in vesti diverse, ma c’è. E tutto fa pensare che ci sarà, per qualche millennio ancora.

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