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- NOVEMBRE 2017 -
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Proverbi dialettali
Autorità e sudditi
Un rapporto senza speranza
Patre e patrone / sampe lore hann’avè ragione
[Padre e padrone / sempre loro avranno ragione]
(Capitanata)
di Alberto Sobrero
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Bruno Maggio. China

 

Il padre comanda in casa, il padrone fuori di casa. C’è sempre un’autorità suprema che regola le due dimensioni della vita: quella privata e quella pubblica. Due facce della stessa medaglia, due padroni che si assomigliano come due gocce d’acqua. La vita comincia con la sudditanza al padre, e continua con la sudditanza al padrone (concetto che, per una donna, comprende, of course, il marito-padrone).

La società è distribuita su due strati, che sono legati solo da un rapporto di dominanza, e lo stesso accade per la famiglia. Né si può pensare che qualcosa possa cambiare: guai a illudersi che si possa instaurare una relazione diversa fra chi ‘sta sopra’ e chi ‘sta sotto’. A ribadire questo concetto ci pensa un altro proverbio, di area anche più estesa: Amore de patrune / amore de fiascune, che è come dire “l’amicizia con il padrone può essere solo formale”.

C’è di più. Ho tradotto hann’avè ragione con il futuro: “avranno sempre ragione”, ma la traduzione non rende bene il significato del verbo. Nei dialetti della Capitanata, come in genere del Mezzogiorno, la costruzione ‘avere + a + infinito’ rende il futuro, ma sottintende anche un’idea di necessità, di obbligo: il barese agghie a candà vuol dire ‘canterò’ ma anche ‘devo cantare’, il tarantino av’a venì vale ‘verrà’ ma anche ‘deve venire’. Futuro e necessità sono fusi insieme, nella stessa forma verbale.

Non è un caso. Le strutture delle lingue – e dei dialetti – sono duttili, plasmabili, e si adattano ad esprimere le visioni del mondo che di volta in volta caratterizzano una civiltà, un’epoca, una società. Se lo ‘spirito della lingua’ fa coincidere il futuro con l’espressione della necessità vuol dire che, nel comune sentire della gente, quello che avverrà domani, e dopodomani, non lo decide l’uomo ma la necessità, il fato, il destino (o, in un’altra prospettiva, Dio). La società non ha un suo progetto, non lo può e non lo deve avere perché ogni uomo dovrà limitarsi a rispettare quello che decide l’autorità suprema. Il padre. Il padrone. È una società senza futuro, senza storia.

Il nostro proverbio, dunque, porta con sé un messaggio doppiamente senza speranza: i rapporti gerarchici sono rigidissimi, immodificabili, e la società degli oppressi non può e non deve pensare a un futuro diverso, migliore: vivrà nel futuro come vive ora, e rispetterà – perché deve rispettarela volontà di chi comanda. Sempre (anzi, sampre). L’oppressione non avrà mai fine.

Due versi, otto parole sono sufficienti per un intero affresco, descrizione impietosa e rassegnata di un’umanità dolente, fatalista, che sembra rinunciare a ogni speranza di riscatto.

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