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- FEBBRAIO 2018 -
HOME - Puglia - Natura e paesaggio - Je suis “Ulivo” Salviamo gli ulivi di Puglia
Natura e paesaggio
Je suis “Ulivo”
Salviamo gli ulivi di Puglia
L’accorato appello di una delle grandi firme del giornalismo pugliese.
La gente di Puglia sta vivendo gli espianti, decisi per arginare il batterio della Xylella, come una violenza e i contadini chiedono di affidarsi piuttosto ad antiche pratiche agricole
di Lino Patruno
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Fasano. Ulivo secolare.
Foto di Nicola Amato

Salviamo gli ulivi di Puglia. Dalla terra che tutto il mondo ama non rischia di scomparire solo una pianta, rischia di scomparire una civiltà. Percorriamo le strade del Salento. Si stringe il cuore a vedere per chilometri e chilometri questi grandi vecchi della natura ingialliti e morenti. E un senso di inconsolabile perdita prende nel vedere questi patriarchi verdi con una X rossa sul tronco: da abbattere. Come il numerino inciso sul polso delle vittime dell’Olocausto. La cancellazione del popolo degli alberi immortali.

Inutile ricordare cosa siano questi muti testimoni che hanno accompagnato per millenni la storia del Mediterraneo. Inutile ripetere quanto siano parte della nostra vita più che solo parte del paesaggio. Inutile ammirare come, piegati su se stessi sotto le staffilate del tempo, si siano sempre accontentati di un pugno di terra e di un goccio d’acqua. Inutile chiedersi quale sortilegio li regga in piedi, tutti nodi e fatica come le mani dei contadini. Ma ora sembra che l’ultima ora del Golgota sia arrivata anche per loro, mattino del creato.

Sappiamo cosa provochi in loro l’attacco dilagante di un batterio irrefrenabile, quella Xylella arrivata dall’America non si sa ancora come e perché. Prosciugati della loro linfa, inariditi, dissanguati. E sappiamo quanto lo sconcerto per l’epidemia sia stato solo pari, purtroppo, ai ritardi e all’incertezza nel fronteggiare la nuova peste. Non sapendo cosa fare, si è finito per non fare. Con i camici bianchi della scienza non più sicuri delle figure grigie della politica nella ricerca di un argine. Nella responsabilità di troppi abbandoni di una coltura tanto sacra quanto dissacrata da un mercato che mai l’ha così poco ricompensata come negli ultimi tempi. Impoverita nonostante la ricchezza dell’oro del suo olio. Sacrificata dal disinteresse di un’Europa dominata dai grassi nordici. E da una speculazione mondiale che spaccia per vergini troppi falsi extravergini.

Così si è finito per mettere le X sui tronchi. Abbattere. Abbattere questi compagni di viaggio tanto storpi e sciancati quanto dalla ineguagliabile misteriosa energia vitale. Sopravvissuti a guerre e cataclismi, a tante altre malattie e a tante altre offese. Perciò i contadini dicono di non espiantare e di lasciare fare a loro. Di consegnare gli ulivi malati alla misericordia delle loro antiche pratiche agricole. Di affidarsi alla sapienza pratica di chi tante piante compromesse ha salvato con i metodi dei padri, dei nonni, di generazioni intere. Di non considerare perduta la partita.

Non se lo augurano solo le ragioni dell’economia. Non se lo augurano solo le ragioni di una identità in pericolo. Se lo augurano le ragioni degli adoratori della bellezza, di quanti hanno santificato gli ulivi con le loro opere d’arte, con la loro poesia, con una loro immagine negli occhi in qualsiasi parte del mondo la sorte li abbia mandati. Perché non è necessario andare fuori porta per trovare gli ulivi, sono nostri concittadini fra le case, nei condomini, nelle ville, in tutti gli anfratti della comune resistenza al cemento.

Voi amanti della Puglia da qualsiasi parte veniate, voi pellegrini in questa terra toccata da Dio, voi che sciamate ogni anno da noi, fate sentire anche la vostra voce. Diciamo tutti insieme: Je suis Ulivo.

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