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- FEBBRAIO 2018 -
HOME - Puglia - Natura e paesaggio - I pajari del Salento Quando l’architettura è in armonia con la natura
Natura e paesaggio
I pajari del Salento
Quando l’architettura è in armonia con la natura
Composte di pietre a secco, queste affascinanti costruzioni rurali servivano come riparo dalle intemperie nei poderi.
L’architetto Domenico Tangaro li ha ritratti, immersi nel paesaggio e nei dettagli, in una serie di disegni a china
di Domenico Tangaro
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Un pajaro nella campagna salentina. Disegno di Domenico Tangaro

Arrivo ad Otranto dalla Grecia, via mare. Ho lasciato Atene da pochi giorni, dopo un viaggio tra pietre, ruderi, architettura e paesaggi bellissimi.

La costa salentina, vista dal mare, in alcuni punti è bassa, aspra e merlata di piccole insenature colorate da lembi di sabbia, sole, mare azzurro e trasparente, fondali blu profondissimi, macchie mediterranee in testa alla scogliera e ciuffi d’alberi d’ulivo folti, verdi e ombrosi, punteggiano larghe campagne di terra rossa che si aprono verso l’interno, con tronchi imbiancati a calce viva.

Tra gli ulivi noto cumuli di pietre scabre, sono il frutto del lavoro laborioso dei contadini dopo la pulitura della terra arata che produce pietre per siepi che delimitano poderi, sentieri e aie.

I contadini del luogo li chiamano “pajari” (pagliai); sono costruzioni primarie create a mano dall’uomo, composte di singole pietre a secco, poggiate una sull’altra, autoportanti, che guadagnano l’altezza rientrando ad ogni strato di due dita sul lato esterno; aggettando di due, tre, quattro dita, a scalare verso l’alto, nel lato interno, formando così una cupola ad aggetto (tholos) a pianta circolare, includendo uno spazio a misura d’uomo, chiuso alla sua sommità.

C’è qualcosa di greco in tutto ciò. La mia memoria mi porta a Micene, nel tholos del tesoro di Atreo, un’architettura che, vista dall’interno, ha la stessa struttura costruttiva dei pajari, lavorata con maggior precisione, pietra su pietra, a secco, con strati sovrapposti e paralleli su pianta circolare.

I pajari hanno, a mio avviso, nella loro idea costruttiva primaria, una forte relazione con l’antica cultura greca, con la campagna, l’ambiente, l’uomo e la natura. Non s’impongono nel territorio. Nascono dove servono e si guadagnano l’altezza e lo spazio interno ed esterno attraverso la semplice sovrapposizione e stratificazione a secco delle scaglie di pietra. Una naturale stratificazione fuori terra, in continuità con la stratificazione geologica del luogo.

Con la semplice presenza disegnano campagne pianeggianti tra ulivi, alberi da frutto e spalliere di fichi d’india inserendosi, senza contrasto, nel ciclo della natura. Forse sono stati i primi ricoveri, ripari o luoghi di custodia costruiti dall’uomo nei luoghi fisici e geografici del lavoro, quello agricolo dei campi, diventando essi stessi strumenti di lavoro al servizio del territorio in un rapporto diretto, ritmico, essenziale in ogni podere.

I volumi architettonici esterni e interni si alternano tra due forme primarie dell’architettura in pietra a secco: il tronco di cono e il tronco di piramide a cui si aggregano all’esterno e, in alcuni casi, siepi perimetrali che fungono da contrafforti strutturali, configurando bassi gradoni simili a sedute, modellando in vario modo pajari di pietre a secco, scabri, compatti, massicci, sicuri, freschi d’estate, caldi d’inverno, che riparano dai venti, dal sole cocente, dai temporali improvvisi d’estate, dalle piogge d’autunno.

I pajari sono ripari artificiali per le intemperie della natura, costruiti dall’uomo per l’uomo, con materiali cavati e recuperati in loco, dalla terra, nelle immediate vicinanze del luogo di costruzione, senza l’ausilio di leganti ed elementi aggiuntivi, su cui il tempo lavora come un grande scultore, in continuità con il lavoro costruttivo fatto dall’uomo, bagnandoli con piogge, tappando gli interstizi tra le pietre con sabbia e terra portata dal vento, ricoprendoli di licheni multicolori che dipingono le pietre nel tempo, nelle variazioni di grigio, giallo, ocra e verde cupo.

Sono una sintesi primaria del costruire e del fare architettura in pietra a secco che, oggi più che mai, risulta essere d’insegnamento a quanti sentono il piacere di poter creare architettura in simbiosi tra l’uomo, la natura, l’architettura e l’ambiente.

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