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- OTTOBRE 2017 -
HOME - Puglia - Arte - RITRATTO D’ARTISTA Raffaele Quida Quando l’arte è cortocircuito tra epoche distanti
Arte
RITRATTO D’ARTISTA
Raffaele Quida
Quando l’arte è cortocircuito tra epoche distanti
Le sue installazioni in centri o luoghi storici hanno suscitato polemiche ma l’intento dell’artista salentino è più ampio: stimolare la riflessione sugli spazi urbani e sulle relazioni sociali.
Dopo Lecce e Bari, Taranto ospiterà una terza fase delle sue installazioni. In autunno una sintesi delle sue proposte sarà in mostra a Milano
di Antonella Marino
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Raffaele Quida. Bari, secondo ciclo. Foto gentilmente concessa da Annamaria La Mastra

I suoi ultimi interventi artistici hanno suscitato reazioni accese e una scia di polemiche. A Lecce Raffaele Quida ha collocato una pensilina per l’attesa degli autobus in un tempio sacro della tradizione cittadina, l’Anfiteatro romano in Piazza Sant’Oronzo. A Bari ha invaso la spianata di Piazza del Ferrarese, luogo di passaggio all’ingresso del centro storico, con dodici grandi contenitori industriali. Molti hanno gridato allo “scandalo” per la profanazione di luoghi carichi di storia. I più attrezzati hanno lamentato una mancanza di mediazione culturale con il pubblico, non preparato a comprenderne il significato. In realtà era questo un aspetto previsto e progettato dall’autore per le prime due tappe del progetto “Continuum”, operazione in progress che vedrà un terzo step a Taranto e si concluderà in autunno con un momento espositivo di sintesi a Milano. Oltre a creare un cortocircuito tra epoche distanti, il suo obiettivo era infatti quello attivare in un lasso temporale circoscritto un’interazione casuale e volontariamente non preordinata con i passanti, spingendoli ad effettuare un “percorso differente” e stimolando un diverso sguardo, all’interno di una più ampia “riflessione sullo spazio urbano e sulle dinamiche di spaesamento tra spazio pubblico e realtà percepita”.

Non c’è però nell’iniziativa dell’artista salentino, classe 1969, alcun intento provocatorio. Piuttosto, da un lato l’esigenza di sperimentare una modalità linguistica che combina qui la decontestualizzazione di elementi appartenenti a contesti differenti, in una sorta di ready made su larga scala, e le tematiche di un confronto con l’ambiente che rompe i vecchi equilibri per generarne nuovi. Dall’altro un discorso profondo di matrice esistenziale, dove protagonista è il Corpo, dal momento del concepimento – nascita (cui allude la presenza nelle cisterne baresi di un liquido analogo a quello amniotico), ai “coinvolgimenti relazionali e sociali” (la panchina quale sintesi di spostamento e relazioni sociali), fino alla morte (che sarà evocata nella performance tarantina)

Una riflessione dunque serissima, all’interno di una ricerca avviata dai primi anni Novanta che, come ha scritto Michela Casavola nel testo di presentazione alla sua mostra “è” tenuta nel 2014 a Palazzo Mongiò dell’Elefante a Galatina, “si concentra sul divenire e sull’Esistere, l’esserci come traccia di un transito”. E in cui costante è la riflessione sui rapporti della materia con un tempo che si fa spazio e viceversa, in uno scambio dialettico indagato con materiali e linguaggi diversi.

Già nelle prime prove di matrice informale le macchie di colore tendevano a condensarsi in una precisa area spaziale. Successivamente Raffaele Quida ha sperimentato modi per dilatare e controllare il tempo, su un registro di eleganza concettuale e minimale. Ad esempio con l’utilizzo di grandi fogli di carta immersi in vasche con pigmento nero, in un processo di assorbimento regolato a sua scelta e registrato da appunti numerici (“Esercizi di istanti”). Oppure usando sacchi di carta con cemento in polvere per solidificare lo spazio mediante l’azione lenta dell’acqua (“Involucri di carta”). O ancora, attraverso installazioni site specific che modificano la percezione dell’ambiente, sul confine tra realtà e immaginazione, anche sfruttando piccole reazioni fisiche: come nel vecchio lampadario con lampadine pendenti che lasciano traccia visiva della loro fioca luce grazie a carte termosensibili appoggiate su lastre in vetro (“Punti di incontro”).

Sono lavori intensi e “silenziosi”, alternativi al fragore mediatico. In tutti la presenza umana è evocata per assenza e ciò che si vede è il risultato di processi invisibili, talvolta meraviglianti e, sia pur in modo discreto, sempre spiazzanti.