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- OTTOBRE 2017 -
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Arte
Un “inventario” della Puglia nelle immagini metafisiche di Gianni Leone Al Museo Pascali di Polignano a Mare (Bari), fino al 3 aprile, “Inventario 1979-2015”, la mostra fotografica di Gianni Leone che propone una Puglia senza monumenti, senza fasti architettonici, senza spettacoli di albe e tramonti, senza gente.
Tre sezioni di immagini essenziali fino all’astrattezza di tasselli che danno vita a composizioni modulari (citando Brodskij)
di Pietro Marino
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Polignano a Mare (Bari), Calapaura (1994), di Gianni Leone. Immagine tratta dalla mostra “Inventario 1979-2015”

È una idea molto speciale di “paesaggio pugliese” quella che viene proposta da una importante mostra antologica aperta nel Museo Pino Pascali a Polignano a Mare (Bari). Ne è autore l’intellettuale-artista barese Gianni Leone (classe 1939), che Arturo Carlo Quintavalle, autorevole storico italiano dell’arte e della fotografia, ha riconosciuto come “fotografo eminente che ha avuto una parte determinante nella storia della moderna ricerca di immagine”. Dalle 115 foto esposte – scelte fra migliaia di visioni scattate dal 1979 ad oggi – emerge infatti il fascino segreto di una Puglia senza monumenti, senza fasti architettonici, senza spettacoli di albe e di tramonti, senza concessioni al folclorico e al tipico. Senza gente, anche: la presenza umana è dichiarata per assenza, nei segni antropici che hanno modellato la natura per mano di contadini, costruttori, anonimi abitatori dei luoghi.

Come, si vede nelle tre fasi in cui è articolata la nitida e silenziosa rassegna. La prima presenta immagini scattate da Leone in rigoroso bianconero fra il 1979 e il 1985. Cioè dagli anni di esordio in fotografia “per diletto” (insegnava Storia delle Dottrine politiche nell’Università di Bari) sino a “Viaggio in Italia”, storica mostra con una ventina di autori che si tenne nel 1984 nella Pinacoteca di Bari. Nata dal sodalizio fra il grande fotografo emiliano Luigi Ghirri e Gianni Leone, leader di un pionieristico gruppo barese, cambiò la cultura nazionale del vedere, esaltando il paesaggio “marginale”, nascosto o rimosso. Ecco facciate di anonima edilizia della Bari “moderna”, angoli della città deserta in qualche domenica di agosto, strutture in sentore di archeologia industriale, spiazzi di lungomare abbandonato o periferico. E minimali suggestioni, un muro bianco, una tenda mossa, una vetrina vuota, un ramo spoglio. Una sorta di “metafisica del quotidiano” nutrita d’interesse per la straigth photography americana – Weston, Evans, Frank. E con declinazioni sulla fotografia d’interni borghesi come “spazi interiori”, nelle quiete immagini di ville suburbane in versione vintage.

La seconda sezione si apre sui “paesaggi” ripresi dal 1994 dopo una lunga crisi di rifiuto. Interviene ora il colore, ma sempre casto. Lo sguardo del fotografo si posa su angoli e particolari fra “ritorni al mare” e viottoli di campagna. Approfondendo la poetica del “Viaggio in Italia”, Leone va alla radice profonda del sentimento che lo induce a fermare in immagine i luoghi “dove è stato”, cioè vissuti nei minimi spostamenti personali, per lavoro, affetti, soste contemplative. Per questo i soggetti sono in gran parte concentrati tra Bari e il suo vasto hinterland. Paesaggi del sentimento malinconico e della memoria trepida, che si accentuano dal 2009 dopo altri anni di interruzione, per la scomparsa prematura della sua compagna: con rivisitazioni dolenti dei luoghi abitati e visitati insieme, fra addensamenti di nuvole e di ombre.

Appare infine un terzo cospicuo gruppo di immagini mai viste sinora, realizzate nel 2015, che scavalcano e sublimano la nozione stessa di paesaggio. Particolari di architetture o di elementi di natura ripresi da vecchie foto sono ridotti, allineati e moltiplicati in tasselli che danno vita a composizioni modulari-strutturali di senso quasi astratto, mentale. Oppure spazi domestici sono animati dall’emergenza misteriosa di fantasmi di volti e di mani. Sezione che rimanda a una fase avanzata della vita quando “la mente diventa un collage” (Brodskij) e l’accumulo delle memorie cerca riparo in nuovi ordini linguistici. Di qui la necessità di un “Inventario”, titolo – per nulla paesaggistico – dettato dall’autore all’intera rassegna. Che si chiude sulla foto di una superficie quadrata bianca alla Malevi

. Schermo di un Vuoto supremo che annuncia non sappiamo se un grande Nulla definitivo o il Tutto d’immersione nella luce per un nuovo inizio.