RIVISTA ON-LINE DI CULTURA E TURISMO

- OTTOBRE 2017 -
HOME - Puglia - Arte - RITRATTO D’ARTISTA Sarah Ciracì Antinomie coerenti
Arte
RITRATTO D’ARTISTA
Sarah Ciracì
Antinomie coerenti
L’artista, nativa di Grottaglie (Taranto), ha assunto da tempo un ruolo significativo nel panorama dell’arte nazionale e internazionale.
Nelle sue opere suggestioni fantascientifiche e spiazzanti che stimolano interrogativi e riflessioni
di Antonella Marino
CONDIVIDI Facebook Twitter

Sarah Ciracì. Ritratto di famiglia

Sogna altri mondi possibili, per esorcizzare le paure del presente. Immagina l’esistenza di universi popolati magari da creature aliene, ma crede fermamente nelle segrete trame che uniscono terra e cosmo. Usa la tecnologia, ma ha un forte legame col paesaggio naturale. È attratta dalla scienza, ma indaga le sue connessioni con la fantasia e i rapporti tra fede e credenze popolari...

L’identikit della ricerca di Sarah Ciracì sta nella coerente ambiguità di questa ed altre antinomie, nella capacità di sollevare dubbi e suggerire riflessioni che traggono spunto dalle contraddizioni attuali e sollevano interrogativi sul nostro prossimo futuro. Tra le artiste più interessanti della generazione italiana nata negli anni Settanta, nutrita dunque a media e videogiochi, la Ciracì si è presto ritagliata un ruolo e un’identità precisa nel panorama dell’arte non solo nazionale. Da quando, lasciata la sua Grottaglie alla volta prima del Dams di Bologna poi di Milano, si fece notare in una delle mostre più accorsate per l’arte emergente, “Campo 6”, curata da Francesco Bonami alla Gam di Torino nel ’96. La sua opera non poteva passare inosservata: due trivelle giganti fuoriuscivano con energia violenta del pavimento della stanza, come spinte da forze sovraumane. Suggerendo un senso di allarme famigliare, come oggetti fuori scala alla Oldenburg conditi dalla finzione minacciosa di un immaginario fantascientifico metabolizzato tra cinema e letteratura (con gli amati Philip Dick e James Ballard).

A questa sono seguite altre opere memorabili. Come i Trebbiatori celesti, un’animazione video in 3D che trasformava il Grande Vetro di Duchamp in un campo d’atterraggio per alieni. O la serie fotografica dei Deserti, aridi paesaggi privi di tracce vitali manipolati in digitale, spettacolari e venefici come gli infuocati tramonti tarantini contaminati dai gas tossici dell’Ilva. O ancora, i “funghi atomici”, dipinti invisibili con vernice fluorescente, che illuminati con luce di wood ad intermittenza si tramutano in inquietanti, ma ancora una volta iconicamente familiari esplosioni atomiche (una versione è stata esposta quest’estate nella mostra “Luce01” a Palazzo Mongiò dell’Elefante della Torre a Galatina). O dell’intrigante docufiction 2012, dove noti edifici architettonici dalle sembianze di astronave, come lo stadio San Nicola a Bari, si trasformavano in novelle arche di Noè librandosi in volo verso altri pianeti per salvare campioni di umanità terrestre. Fino alle fascinazioni più recenti per l’interazione uomo-macchina, affrontata ad esempio in un fotografico Ritratto di umanoide che è poi un robot. O per le connessioni tra reti neuronali del cervello e intelligenza artificiale, risolte con risvolti mistici in oggettuali “mandala elettronici”. Sul crinale sottile in cui l’interpretazione scientifica del mondo sconfina nella domanda spirituale si pone anche l’esoterico prisma luminoso di 16 ottagoni in plexiglas sospesi al buio con luce ultravioletta e moltiplicati da specchi a Castel del Monte, per un’edizione della rassegna “Intramoenia Extrart” curata da Achille Bonito Oliva con Giusy Caroppo nel 2005. Una sintesi di tutte queste tensioni si trova nel singolare percorso realizzato in comune con Renato Galante per la mostra “Multiverso”, promossa dalla galleria Cosessantuno a Grottaglie nel mese di luglio/agosto. Dove la suggestione per le teorie scientifiche dei mondi paralleli si caricava di implicazioni filosofiche, letterarie e fantastiche, giocata su livelli linguistici e di lettura multipli e sulle invisibili trame che collegano Terra e Cielo.

Un’operazione impegnativa che sancisce il recente trasferimento di Sarah Ciracì da Milano al paese natio, una scelta affettiva, ma probabilmente non definitiva. Comunque non un ripiegamento rispetto a una carriera costellata di premi ed esposizioni internazionali. E, tra le esperienze per lei fondamentali, una stimolante residenza a New York nel 2001 come vincitrice di una borsa di studio presso l’Italian Academy alla Columbia University. Forse l’inizio di una nuova ricerca, un’attesa in terra amica di nuovi segnali dal cosmo.