RIVISTA ON-LINE DI CULTURA E TURISMO

- OTTOBRE 2017 -
HOME - Puglia - Arte - Santa Croce Dove il Barocco diventa vertigine di forme e spazio
Arte
Santa Croce
Dove il Barocco diventa vertigine di forme e spazio
La Basilica simbolo del Barocco di Lecce ha ispirato gli appunti e i disegni dell’architetto barese di Domenico Tangaro
CONDIVIDI Facebook Twitter

La Basilica di Santa Croce. Disegno di Domenico Tangaro

Da Via Matteo da Lecce appare immensa, unica, la facciata della Basilica di Santa Croce, nel centro storico di Lecce. Un’architettura bellissima. Il tutto sembra si presenti per caso alla mia vista, ma così non è. Il Seicento, e il Barocco Leccese in particolare, impone una diversa immagine del mondo e del tempo attraverso l’arte, lontano dalla schiettezza visiva della realtà e, in questo luogo, si percepisce questa scelta, a pelle.

Riflettendo e guardando con occhi nuovi il luogo percepisco, attraverso le forme scultoree del Barocco, l’evolversi della concezione artistica, un percorso più libero, dove si alternano una visione in superficie ad una in profondità, scolpite nella tenera pietra tufacea. Forme chiuse e forme aperte, dettagli e accostamenti simbolici s’impongono alla mia vista o con chiarezza assoluta o con chiarezza impressionistica, a questo si aggiunge un turbinio d’invenzione formale in cui molteplicità e unicità si alternano in un ritmo attrattivo.

Guardando sia l’esterno che l’interno della Basilica si percepisce qualcosa di fondamentale dell’architettura barocca pugliese; l’aspirazione alla scultura e alla pittura, dove al risolversi di una ferma e salda forma plastica si contrappone un’immagine mossa e fluttuante, inafferrabile, che cancella i limiti dei contorni per suscitare dentro di noi l’impressione dello sconfinato, dell’immenso, dell’infinito, dove si alternano influssi continui tra soggetti rappresentati e oggetti funzionali ad esso.

Tutto tende ad abbandonare la superficie del fondo, esprimendo un dinamismo inquieto e forte, un’opposizione ad ogni gesto che fermi le immagini nello spazio. L’architettura qui, in questo luogo, è stata concepita contemporaneamente alla scultura, allo spazio, alla visione pittorica dell’insieme, in un processo creativo in divenire, multiplo e continuo.

Mi accorgo, soffermandomi nei dettagli, che il mezzo principale che l’architettura e la scultura preferiscono seguire sono gli effetti di profondità spaziale attraverso l’uso dei primi piani. Figure portate avanti rispetto al fondo, vicine a chi guarda, in contrapposizione alla brusca riduzione prospettica degli elementi di fondo. Lo spazio acquista un’intrinseca mobilità per chi guarda, facendo percepire la spazialità dell’architettura come forma d’esistenza sua, propria, che dipende da sé e che si è creata da sola.

È l’inclinazione del pensiero barocco verso l’assoluto, la libertà, il racconto della forma aperta e strutturalmente irrazionale, dove la composizione architettonica è concepita conclusa in una realtà in sé definita, in cui tutti gli elementi sono concatenati, richiamandosi l’un l’altro senza eccesso o difetto, in un insieme unico ma al tempo stesso incompiuto e sconnesso, che ci spinge ad immaginare che possano proseguire in ogni senso e sempre rinviano a qualcos’altro, oltre.

Un’architettura, un pezzo di mondo a sé stante, uno spettacolo transitorio al quale chi, come me, guarda con attenzione ha la fortuna di partecipare, per un istante, nel tempo infinito.

 

Questo articolo è stato scritto nella Basilica di Santa Croce, a Lecce, con l’ausilio interpretativo del Barocco intuito, stimolato e culturalmente diffuso da Arnold Hauser attraverso il suo libro, Storia sociale dell’Arte, pubblicato da Giulio Einaudi Editore, a Torino, nel 1982.