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- OTTOBRE 2017 -
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Arte
Lecce
La regina del Barocco
Nelle maestose facciate delle chiese un tripudio di fiori, frutti, putti e animali scolpiti nella tenera pietra locale.
Dall’Anfiteatro al Sedile, alle chiese, ai palazzi: testimonianze di secoli diversi si concentrano fra Piazza Sant’Oronzo e l’attiguo centro storico
di Pietro Marino
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Lecce. Dettaglio della magnifica facciata
della Basilica di Santa Croce.
Foto di Giuseppe e Pierluigi Bolognini

       A Lecce, al centro di una grande piazza circondata da palazzi del Novecento, svetta altissima su una colonna romana la statua barocca di sant’Oronzo, il martire cristiano che proprio qui fu decapitato, assurto a protettore della città dopo la peste del 1656. Ai suoi piedi si aprono come una voragine i resti di un anfiteatro romano. Accanto alle scalinate della cavea s’innalza una piccola costruzione con un bel portale gotico, il Sedile, ma è una costruzione del Cinquecento. A poca distanza, al di là della piazza, si stendono le possenti mura del castello che fu ricostruito e ampliato da Carlo V, il sovrano di Spagna sul cui impero “non tramontava mai il sole”, per difendere la città dagli assalti dei Turchi, che nel 1480 avevano assediato e conquistato nel sangue Otranto, la bella cittadina del Salento che s’innalza sullo stretto mare che guarda verso l’Oriente. Così, in poco spazio, si concentrano le testimonianze e gli strati di molti secoli dall’antichità ai giorni nostri.

      Ma il cuore di questa storia è per Lecce il tempo del Barocco. Con questa parola spagnola si indica l’arte che dominò il Seicento europeo, sostituendo alle misure ideali e classiche del Rinascimento la scoperta meravigliata e spettacolare della Natura, le conquiste di spazi segnate da movimenti della vita. La nuova cultura conobbe una sua particolare e singolare declinazione nel Salento, proprio nel profondo del Regno meridionale. Avvenne quasi d’incanto, con un fervore sorprendente, tra la seconda metà del Cinquecento e la fine del Seicento: quando la nobiltà cresciuta all’ombra della dominazione spagnola decise di darsi i suoi palazzi di rappresentanza e gli ordini religiosi fioriti dopo la Controriforma della Chiesa cattolica fecero a gara nel dotarsi di chiese e di conventi. Appaiono quasi d’improvviso i due massimi luoghi di attrazione e di concentrazione, sbucando dalle strette vie del centro storico, d’impianto medievale: la basilica di Santa Croce, con l’attiguo ex Convento dei Celestini, e il Duomo con la sua piazza chiusa come un grande cortile nel quale si dispongono il palazzo del Vescovo e il Seminario. All’impatto con Santa Croce (costruita lungo un secolo, tra il 1549 e il 1646, primo architetto il Riccardi) l’occhio è attirato subito in alto dal maestoso rosone intorno al quale si dispone un’incredibile selva della fantasia: una schiera di animali fantastici e di schiavi esotici regge una balconata trapunta di colonnine e statuette, intorno all’occhio ciclopico s’irradiano cornici di fiori e frutti fra un tripudio di putti che reggono mitrie e corone, sotto gli occhi persi nel vuoto di statue di santi e di virtù. Ma tutta la facciata è pervasa dal fremito di ricami modellati, più che scolpiti, nella morbida, docile e bionda pietra leccese. Pietra che nel maestoso interno a cinque navate scandite da profonde cappelle, assume candori allucinati nei trionfi vegetali dei capitelli, quasi alberi di una foresta tropicale. Mentre volge a fiaba natalizia il Presepe con le sue statue che quasi volano sull’altare dell’Annunciazione. È evidentemente una decorazione di facciata, che fa vibrare le strutture architettoniche ancora di misura rinascimentale, e gli spazi che sanno ancora di Medioevo. Decorazione che assume raffinata eleganza grafica sulle pareti dell’attiguo convento, ora sede dell’Amministrazione Provinciale di Lecce.

      Una schiera di architetti, scultori, pittori, artigiani quasi tutti nativi ed attivi nel Salento ha così reinventato con misura locale l’opulenza del Barocco spagnolo. Misura che si conferma con limpidezza nei rapporti armonici che raccordano il Duomo (ricostruito tra il 1659 e il 1670 dallo Zimbalo) all’Episcopio e al Seminario. Costruzioni che – costruite in tempi successivi, sino all’inizio del Settecento (il Cino, il Pappacoda architetti) – rivelano una grazia leggera, quasi danzante nella scansione di colonnati e loggiati. Grazia che si esalta nel Pozzetto all’interno del Seminario: quasi un punto di sosta nella trama di spazi vegliati dallo snello campanile dello Zimbalo che finisce in allungata cupola ottagonale, anch’essa con sentori di Oriente.

      Ma, come dicevamo, i due complessi monumentali sono solo i punti di richiamo e di prestigio di una fitta rete di chiese e palazzi che disegnano con sorprese continue strade e stradine del centro storico, i conventi riportati a centri di vita culturale. Ma possono essere lasciati al piacere della scoperta del turista. Un piacere che va oltre nomi, date e stili, che è alimentato dallo scorrere della vita stessa, dal movimento continuo delle mensole che reggono i balconi e dalle onde di ferro battuto che li percorrono. È una sensazione originale, primaria che scoprì per primo, mezzo secolo fa, un grande storico dell’arte, Cesare Brandi: sono le strade che fanno la scultura e non viceversa: “ecco perché Lecce, la gentile, ha una vitalità artistica che supera quella dei suoi monumenti isolati”.

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