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- FEBBRAIO 2018 -
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Storia e tradizioni popolari
Gravina in Puglia
Il “giardino delle delizie” di Federico II
Dall’antica Sidion greca alla Silvium romana, una storia ultramillenaria che ha lasciato reperti di straordinario interesse.
Le sue chiese rupestri, con i loro affreschi, sono oggetto di studio di numerose Università.
Incantò l’imperatore Federico II che vi fece costruire un castello per le sue battute di caccia
di Giuseppe Massari
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Gravina in Puglia (Bari). Foto Archivio Fotogramma

Gravina in Puglia, in provincia di Bari, affonda le sue radici nelle profondità di un canyon che le dà il nome. Un toponimo riconducibile alla natura carsica di quell’ambiente in cui trovarono alloggio antiche generazioni, frutto della classicità latina e greca, quando la città, non ancora riconosciuta nella sua configurazione attuale e recente, viveva prosperosa, dinamica e produttiva sulla collina di Botromagno. Lì si insediò l’antica Sidion, Sidinon, durante la dominazione greca, poi la Silvium dei Romani, collegata alla via Appia. Lì si lavorò la ceramica e si coniarono monete. Lì si sviluppò l’arte di essere capitale di un territorio, la Peucetia, che si espandeva non in termini di dominio o di colonizzazione, ma nel senso commerciale, industriale e produttivo. Lo sviluppo urbano e culturale coincideva con la consapevolezza di essere protagonista assoluta. Purtroppo, però, ogni tempo finisce, e anche quella gloriosa storia terminò allorché invasioni e devastazioni di Vandali e Visigoti cercarono di seppellire una civiltà e la sua civitas. La paura, la morte e le aggressioni selvagge degli invasori spinsero gli abitanti verso le caverne, a ridosso del burrone e del torrente, e di lì, man mano a risalire, facendo nascere i due maggiori rioni di Gravina, Piaggio e Fondovito, dove la vita continuò con nuove e legittime velleità e ambizioni.

La chiesa rupestre intitolata a san Michele delle Grotte, situata sul ciglio della gravina, nel rione Fondovito, contribuì a enfatizzare e diffondere il culto micaelico, calato dal Gargano. Quella chiesa, che per grandezza e importanza assunse il ruolo di prima cattedrale, è stata e continua ad essere oggetto di studio da parte di numerose università italiane e straniere. Il professor Francesco Martellotta, del Politecnico di Bari, con il progetto “Suoni di pietra” ha studiato in particolare l’acustica degli ambienti. Inoltre, insieme alla cripta di San Vito Vecchio – il cui affresco del Cristo Pantocratore, staccato dalla parete negli anni ’50, si trova attualmente presso la Fondazione Ettore Pomarici Santomasi di Gravina – e a quella del Padre Eterno, nell’insediamento della necropoli archeologica di Botromagno, è stata al centro di ricerche finalizzate alla conoscenza delle tecniche di colore che venivano adoperate all’epoca per realizzare gli affreschi che impreziosivano le loro pareti. Questo progetto è stato possibile grazie a un finanziamento dell’Università di Kanazawa e alla collaborazione dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, attraverso l’intervento del direttore del Centro di Ricerca sulla Pittura Murale italiana, il professore Takaharu Miyashita, e di altri docenti e alunni dello stesso Ateneo, che per ben tre anni hanno lavorato con interesse, tenacia e passione.

Durante il Medioevo Gravina, ormai fortificatasi, cominciò a prosperare. Grazie all’ubertosità del territorio e al clima mite e salubre si avviò la coltivazione massiccia del grano e dell’uva, tanto da indurre Federico II, che pensò di realizzare lì un suo maniero per le battute di caccia, a coniare l’espressione: “Grana dat et vina, Gravina urbs opulenta”. Quindi, Gravina, da città dell’Acqua e della Pietra, diventò anche la città di Cerere e Bacco.

La città normanno-sveva passò poi sotto la dominazione angioina, che la fece fiorente, dinamica e commercialmente avanzata, dotandola, nell’aprile 1294, in concomitanza della festa di San Giorgio, con un editto di Carlo II d’Angiò, della Fiera agricola e del bestiame. Così, l’agglomerato urbano, che trovava il suo centro nella Cattedrale di stile rinascimentale, prosperò grazie all’arrivo di nuovi signori che vi costruirono palazzi e chiese. È il caso della famiglia Orsini che, divenuta padrona della città, dotò la Cattedrale di opere d’arte e fece costruire la cappella funeraria di famiglia, la chiesa di Santa Maria del Suffragio, arricchita di tele del Guarino e del Solimena. Sempre da questo casato discenderà quel Pierfrancesco Orsini che, fattosi monaco contro il volere della madre all’età di diciassette anni, col nome di Vincenzo Maria, diverrà papa col nome di Benedetto XIII.

Termina qui il breve viaggio nella città che Federico II non esitò a definire “giardino delle delizie”.

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