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- FEBBRAIO 2018 -
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Storia e tradizioni popolari
La Gallipoli ottocentesca
Capitale mediterranea dell’olio lampante
Il suo porto fu il numero uno per l’esportazione dell’olio lampante che raggiungeva gli scali di tutto il Nord Europa.
Nei frantoi ipogei della città, del Salento e della Terra di Bari si produceva il prezioso liquido, il migliore dell’epoca.
Il feeling speciale con gli inglesi
di Nicolò Carnimeo
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Gallipoli (Lecce). Veduta della città vecchia. Foto Archivio Fotogramma

C’è stato un tempo nel quale l’olio valeva oro e le cisterne sotterranee di Gallipoli ne erano colme come le miniere del Klondike. Parliamo dell’olio lampante, che serviva ad illuminare le lampade nelle case borghesi o i sontuosi candelabri dei palazzi e delle regge nobiliari, oppure finiva nelle lanerie di Gran Bretagna o, trasformato in sapone, tra i belletti delle gran dame parigine. Pare che dai sottoprodotti della torchiatura nei frantoi salentini nacque anche il celebre “sapone di Marsiglia”.

L’olio di Gallipoli era il migliore del Mediterraneo, il più ambito, il suo prezzo si batteva da Napoli a Londra, come se nei tempi attuali fosse stato quotato in borsa. Navi e bastimenti dal Seicento all’Ottocento affollavano lo scalo gallipolino, decine ogni giorno, caricando quel prezioso liquido ambrato e trasparente che raggiungeva gli scali del Nord Europa e da lì le steppe della Russia. Perché quest’olio, grazie alla sua purezza, era l’unico deputato a bruciare, insieme all’incenso, di fronte alle splendenti icone nelle chiese ortodosse di Mosca. Anche il celebre Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo si accendeva solo con il nettare gallipolino che faceva meno fumo rispetto agli altri e pare che donasse maggiore lucentezza e un particolare bagliore agli ampi saloni di specchi e marmi policromi. Era stato un ordine della stessa zarina Caterina che più volte inviò suoi emissari per cercare di scoprirne il segreto.

Il segreto nasceva negli antichi frantoi ipogei e non dipende solo dalla qualità degli ulivi – non solo quelli del Salento perché l’olio imbarcato a Gallipoli arrivava anche dalla terra di Bari – ma anche e, soprattutto, dalla pietra delle cisterne nelle quali veniva conservato spesso per lungo tempo; il carparo lo filtrava donandogli quella speciale purezza. Quando si scende in questi antichi frantoi sotterranei nel borgo antico di Gallipoli e si accarezza la ruvida pietra, nelle mani pare rimanga ancora il profumo delle olive misto alla salsedine del mare che risale dal basso.

Solo nel centro storico della “città bella” si contavano una trentina di frantoi, i quali spesso si trovavano nei sotterranei dei palazzi nobiliari. Ma oltre alla produzione dell’olio (che nell’Ottocento contava circa 8.000 lavoratori impegnati da ottobre a maggio), si era generato un notevole indotto, come la produzione e la commercializzazione delle botti, il cui legno veniva fatto stagionare in acqua salata in modo da divenire più resistente e pronto ad affrontare lunghi viaggi. Si venne a creare una ricca borghesia di artigiani e commercianti che investì nella ristrutturazione ed edificazione di nuovi luoghi di culto; dono degli “scaricatori di porto” fu, invece, la chiesa di Santa Maria della Purità, ma il commercio dell’olio lampante diede alla cittadina salentina un’atmosfera internazionale. Le navi che caricavano olio portavano in città ogni tipo di merce, che arrivava persino dal nuovo mondo, da Inghilterra, Francia, Germania, da Venezia e Trieste, vassoi di Sheffield, porcellane di Limoges, vetri di Murano, formaggi della Baviera e vini esteri. Sulle banchine di Gallipoli si parlavano tutte le lingue d’Europa, in città si avvicendavano commercianti e autorità consolari, ma la penetrazione maggiore fu degli inglesi. Il commercio dell’olio lampante veniva controllato da Londra, che proprio a Gallipoli come nelle altre più importanti città commerciali dell’epoca, aveva un viceconsole. Così si spiega che nel Salento vivano ancora oggi i discendenti di numerose famiglie dai nomi britannici, ormai salentini doc, e che i rapporti tra la Gran Bretagna e questo estremo lembo di Puglia siano sempre stati vivi nel corso dei secoli. Se ne ha contezza in un bel saggio di Nicolette S. James Inglesi a Gallipoli. Sofia Stevens 1845-1876, delle edizioni Il grifo, nel quale si ripercorre la storia della famiglia Stevens che per tre generazioni ebbe il consolato inglese. Nel saggio si legge che quasi tutte le navi che trasportavano l’olio verso il Nord Europa erano inglesi, i porti di approdo erano Dordrecht, Pietroburgo, Liverpool, Falmouth, Stettino, Amburgo e Nizza, il prezzo dell’olio gallipolino veniva pubblicato a Londra da Tooke il che ne denota l’importanza. Un’altra famiglia inglese, o meglio scozzese, che visse a Gallipoli furono i Macdonalds che vi ci stabilirono nella prima metà del XVIII secolo, e il capostipite Nicholas si sposò con Marianna Caracciolo; questi inglesi lavoravano come traduttori nelle transazioni commerciali olearie. Così grazie all’olio lampante si può scrivere e, forse, riscrivere un pezzo di storia gallipolina, o semplicemente guardare con occhi diversi e più consapevoli l’incantevole centro storico, le banchine di un porto per secoli fu tra i più accorsati del Mediterraneo.

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