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- FEBBRAIO 2018 -
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Storia e tradizioni popolari
Tarantismo
Quando la musica curava l’anima
La lucida analisi di Brizio Montinaro, attore, scrittore e autore di Danzare col ragno (2011, Argo, Lecce), di un fenomeno su cui, con la rinnovata popolarità, fioriscono inesattezze e interpretazioni fuorvianti di Brizio Montinaro
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“La tarantata Maria di Nardò durante la cura domiciliare”. Quel che vide Ernesto De Martino a Nardò nel pomeriggio del 24 giugno 1959. (Da: Danzare col ragno - Musica e letteratura sul tarantismo dal XV al XX secolo, di Brizio Montinaro, Argo, Lecce)

      Non si conosce nella letteratura scientifica che si occupi di tradizioni popolari un fenomeno che come il tarantismo abbia prodotto una così grande mole di libri destinati a descriverlo, raccontarlo o interpretarlo. Soprattutto dopo la pubblicazione di La terra del rimorso di Ernesto De Martino, intorno alle tarantate e ai tarantati si è scritto di tutto e si continua ancora a scrivere e, purtroppo, anche ad assegnare tesi di laurea fantasiose sui più bizzarri temi legati al fenomeno. E quanto più si scrive tanto meno si riesce a capire il tarantismo. Ci si sta allontanando sempre più dal cuore della questione che il grande storico delle religioni aveva così ben radiografato alla fine degli anni Cinquanta, seppure con qualche peccato veniale. È come se la montagna di carta finora prodotta che dovrebbe svelare il mistero del morso del ragno invece di svelarlo lo abbia sepolto nel suo ventre e occultato.

      Ci sono delle parole che, per loro natura, possono evocare immagini diverse dal significato loro proprio portando lontano dal punto di partenza. Alcune di queste parole sono: magia, mito, possessione, Arachne, Dioniso, Mediterraneo, Dea Madre, meridiano, esorcismo, simbolo ecc. Tutte queste parole sono legittimamente presenti in La terra del rimorso, opera nella quale l’autore, da storico delle religioni ed antropologo quale era, dà una lettura chiara e affascinante del tarantismo creando uno spartiacque tra la letteratura venuta prima e quella dopo la sua opera.

      Una pletora di lettori appassionati, trattando le scienze sociali come l’orto di casa, si sono lasciati sedurre da quelle parole e si sono “buttati” a scrivere di tarantismo (spesso senza mai aver assistito al ballo di una tarantata) facendo ardite sinderesi con memorie scolastiche spesso incomprese o mal digerite (tarantate uguali a menadi, ad esempio). Altri, scoprendosi senza bandiera, hanno assunto la musica della pizzica a strumento di affermazione identitaria stravolgendone il senso. Altri ancora, assecondando la voglia di ballo e a volte di sballo dei giovani, hanno creato spettacoli musicali piacevolissimi attraverso i quali però si sono propagate idee e concetti ben lontani dalla realtà del fenomeno.

      Una gran parte degli autori di cui scrivo, pur partendo da De Martino e dalla sua chiara analisi, hanno contribuito a confondere di nuovo le idee sul tarantismo.

      Oggi noi siamo in grado di dire alcune cose con assoluta certezza e chiarezza. Intanto il tarantismo non è una festa, come la maggior parte dei giovani crede, poi bisogna dire che la sua area di diffusione in passato copriva gran parte dell’Europa affacciata sul Mediterraneo e non solo il Salento, con Galatina santuario per il ringraziamento per guarigione ricevuta. In Italia e in Spagna ha avuto la sua vita più lunga, fino agli anni Settanta, e non ci sono nazioni d’Europa in cui, per secoli, non siano stati prodotti una gran quantità di volumi di analisi e discussione sul fenomeno.

      Ma allora che cos’ha questo tarantismo da suscitare tanto interesse?

      La sua parte simbolica, potrebbe essere una buona risposta. Sono i simboli ad incendiare la fantasia. La parte concreta è in realtà un fenomeno molto semplice.

      Sfrondato da tutti gli argomenti accessori, il tarantismo non è altro che uno strumento di guarigione elaborato, nel corso dei secoli, dalla cultura popolare per risolvere i problemi di natura psichica che potevano turbare la vita quotidiana, lavorativa e affettiva di alcuni esponenti della classe un tempo denominata “subalterna”.

      Partendo da un ragno che avvelena (inesistente) si riusciva a portare alla “normalità” la persona che si riteneva morsa, e questo attraverso l’uso della danza e soprattutto di un appropriato ritmo musicale. Se il malato era malinconico, depresso, si eseguivano musiche allegre e vibranti, se era sovreccitato si eseguivano musiche lente, tristi, spesso sensuali.

      Il tarantismo, in ultima analisi, è materia inerente alla medicina popolare. Chi un tempo si sentiva morso dalla “taranta” sapeva benissimo come risolvere il suo problema: si rivolgeva ai suonatori. La musica era la medicina. Ed era tutto chiaro.

      Allo stesso modo oggi chi si sente depresso o affetto da un qualsiasi disordine psichico sa benissimo che è lo psichiatra l’uomo che probabilmente lo libererà dal suo affanno. Gli psicofarmaci prendono il posto della musica. E questo è meno chiaro.

      Tutti gli elementi accessori: colori della taranta, acqua, specchi, fronde verdi che arredavano un tempo il teatro in cui avveniva l’atto liberatorio della danza ecc. ecc. e su cui tanto si discute oggi, sono in realtà elementi secondari.

      È la musica l’elemento essenziale. Il suono. Sono le vibrazioni, le frequenze sonore – la scienza lo ha scoperto in modo inequivocabile ormai – che influiscono sul sistema nervoso, sulle cellule, sul cervello.

      Se oggi centomila persone si radunano per danzare al ritmo sfrenato della pizzica, con molta probabilità, significherà che sono affetti, senza saperlo, da una qualche depressione oppure stressati dai pesanti problemi della vita di questi tempi. Il tarantismo dunque serve ancora?