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Storia e tradizioni popolari
Castel del Monte
Fascino e mistero
Il mito di Federico II nei versi e nelle riflessioni di un poeta di Roberto Pazzi
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Castel del Monte. Tramonto. Foto Archivio Fotogramma

 

Improvvisa gioia di una sosta
nel viaggio senza chiedere più
di proseguire.
Tutta la via
percorsa è fra gli otto angoli
d
un castello,
sciolta in musica del vento
la tirannia degli occhi.

Il vento che a notte fischierà
da queste finestre,
anche me porterà,
se ha memoria il mare delle vite
vissute negli abissi
anche il vento mi terrà.

Arabo greco tedesco latino
e questa lingua che amo e mi ama,
le mura ascoltarono da una bocca sola
fermare altre giornate:
il vento impediva anche all’Imperatore
di comandare il silenzio.

Da Talismani, Roberto Pazzi, Marietti 2003 


       Sono i versi che mi ispirò la visita per la prima volta a Castel del Monte, ormai diversi anni fa, il magico luogo dove sorge questo monumento misterioso e unico, come la bellezza spesso è mistero nella sua genesi e sempre irripetibilità nelle sue forme. Che cosa è infatti Castel del Monte? La copia della corona ottagonale che incoronò l’Imperatore? Una chiave segreta di una verità esoterica, che si schiude solo agli adepti? Una cifra allegorica della perfezione del Potere? Una stella che si aggiunge a quelle in cielo, grazie al gioco combinatorio della luce del sole i giorni 8 aprile e 8 ottobre, che allora era ancora l’ottavo mese dell’anno? Un’espressione della pura bellezza del numero, affidata al numero 8 che viene replicato così tante volte? L’8, il numero che nel regno simbolico della matematica è il segno del tendere all’infinito. Sta di fatto che chi ci arrivava come me, in una solare giornata del mese di agosto, si sentiva subito attratto dalla forza di un magnete che trae a sé le forme vaganti nella pianura delle Murge. Come la carta in cui aveva avvolto le olive in calce in vendita nella spianata, lasciata per terra da qualche turista distratto e incolto, si arrende al vento che la porta dove vuole, così mi sono sentito davanti a quelle torri. In balìa di una forza, arreso a qualcosa che mi imponeva di alzare lo sguardo, vincendo la luce abbacinante del segno del leone. Intanto il vento e il silenzio compivano il miracolo di azzerare le forme viventi del presente. Mi diceva, chi mi accompagnava, che le Murge sono il regno del vento. La stupefazione della bellezza, che è sempre anche toccata dallo spavento, dallo sgomento di palparla eppure sentirla inconsumabile, eterna, sfuggente la nostra presa, mi evocava la verità di una frase di Salustio sul mito, il messaggero della bellezza: queste cose non avvennero mai, ma sono sempre. Mi dicevo: noi siamo qui, di passaggio, questo castello resta. E il mito del suo Signore, che così l’aveva voluto e disegnato, tornava a sfolgorare, all’ombra di quelle torri fatte non per resistere all’assedio di forze nemiche, ma a quello del Tempo. Parlava arabo, greco, tedesco e latino. Riuniva nella sua persona, come il centro dei raggi di una ruota (e l’ottagono è iscritto nel cerchio della forma del castello), Oriente e Occidente, nord e sud, cultura greca, araba e tedesca. Amalgama di civiltà diverse che durante il suo regno parvero respirare al ritmo di una sola voce, di una sola mente, di un solo ordine.
       La leggenda della sua ansia di non entrare mai in Firenze, dove una profezia gli aveva rivelato che lo avrebbe colto la fine se vi si fosse recato, intanto tornava a catturarmi e a ricordarmi che proprio in questa terra poi la morte lo avrebbe colto arreso alla verità di quel velame squarciato del futuro: a Castel Fiorentino, non lontano da qui, il 13 dicembre del 1250.

DOVE: Andria (Bari)

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