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- GIUGNO 2017 -
HOME - Puglia - Luoghi - Basilica di Santa Caterina d’Alessandria L’incomparabile tesoro di Galatina
Luoghi
Basilica di Santa Caterina d’Alessandria
L’incomparabile tesoro di Galatina
Autentico gioiello del gotico francescano, ricca di una straordinaria serie di affreschi a tema sacro e profano, ha fatto meritare alla cittadina che la ospita l’appellativo di “Assisi salentina” di Pietro Marino
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Galatina (Lecce). Basilica di Santa Caterina d'Alessandria. Foto di Nicola Amato

 

Nel cuore del Salento, sull’estremità della Puglia, sorge una chiesa che è come un grandioso album di pietra. Raccoglie al suo interno una serie completa di pagine d’arte sacra e di storia laica fra le più affascinanti del Quattrocento italiano, fra le massime espressioni del tardo Gotico, ma la meno conosciuta. È la basilica di Santa Caterina d’Alessandria e sorge a Galatina, cittadina ricca di chiese barocche e di ricordi di tarantate, che si vanta essere l’ombelico del Salento, collocata com’è a breve ed equa distanza dai due mari del tacco d’Italia, l’Adriatico ad est e lo Ionio sulla costa occidentale. L’esterno è ancora in stile romanico pugliese, con fronte a cuspide, il rosone a dodici raggi, il portale vegliato da leoni corrosi e un lungo fregio scultoreo che allinea Gesù fra gli Apostoli. Su una porta laterale è incisa la data in cui la chiesa fu inaugurata, 1391. Ma appena varcata la soglia la scena cambia di colpo. Siamo rapiti dallo spettacolo cromatico e iconico degli affreschi che avvolgono totalmente le tre navate e gli ambulacri. Una serie di temi sacri si susseguono lungo le campate e sulle volte a crociera, decorazioni geometriche rivestono i pilastri polistili che s’innestano sulle vele. Termine ben adatto alla verticalità luminosa degli spazi che ripetono il tipico stile del gotico francescano, che ha il suo punto di riferimento nella basilica di Assisi. Appunto, “questa è l’Assisi salentina” sottolineano con orgoglio i frati che reggono la chiesa, con convento, chiostro e piccolo museo annessi.

Ed eccole, uno di seguito all’altra, le narrazioni scandite in capitoli, come un’enciclopedia visiva, realizzata a più riprese fra il 1420 e il 1450. Visionaria anzi, nella prima parte che riprende compiutamente il tema dell’Apocalisse, il testo di straordinaria complessità fantastica e simbolica che l’apostolo Giovanni avrebbe redatto intorno al 95 dopo Cristo in esilio sull’isola di Patmos nel tempo in cui la Chiesa primitiva era perseguitata: la discesa del Cristo-Agnello sulla terra, le battaglie delle milizie angeliche guidate dall’arcangelo Michele contro Satana e le forze del Male, la resurrezione dei morti, il Giudizio finale, l’happy end della rigenerazione pacificata nella Gerusalemme celeste, valido come speranza anche per il presente. Temi ricorrenti lungo tutto il Medioevo, ma quasi ovunque per parti separate, iconografie distinte. Anche in San Francesco di Assisi c’è, ma rovinata, un‘Apocalisse di Cimabue, molto spirituale. Qui il godimento ottico è immediato. Ad aver tempo bisognerebbe seguire testo alla mano le scene che avvolgono la prima campata come tavole di fumetti, con draghi e dragoni, cariche di cavalleria angelica, la Morte con la falce.

Ma bisogna passare alle storie della Genesi, col Dio in barba bianca che si china a infondere anima nel corpo inerte di Adamo, ed Eva che si fa tentare nel Paradiso Terreste dal serpente con testa di femmina, e gli ingrati che mordono non una mela ma un dattero. E poi la Vita di Gesù, con una serie di scene dove più elaborate composizioni di figure ed architetture richiamano echi da Giotto, con espressività spinta sino al grottesco. Non sono noti infatti gli autori di questo complesso visivo che ha pochi paragoni in Europa, e se ne discute la provenienza. Forse gruppi discesi a più riprese e con diverse composizioni lungo la linea padano-veneta, ma con influssi marchigiani-campani…

Mentre gli esperti discutono, dobbiamo porre attenzione agli altri indizi visivi che arricchiscono la scena: la statua di Santa Caterina e gli affreschi sulla sua vita, i monumenti funebri di Raimondello Orsini del Balzo e del figlio Giovanni, la profluvie di stemmi araldici che s’insinuano fra i ritratti dei santi e sigillano persino il rosone della chiesa. Messaggi di propaganda politica che intrecciandosi con arte e fede costruiscono una trama storica d’intrigante complessità. Dice di un ambizioso cavaliere che, sposandosi a Maria d’Enghien contessa di Lecce, diviene principe di Taranto e fa innalzare una chiesa latina in territorio ancora di cultura bizantina per ingraziarsi il Papa di Roma e in competizione con la corte angioina di Napoli. La dedica alla martire egizia, decapitata per non abiurare alla sua fede, di cui si è procurato una reliquia: un dito staccato (da lui, con un morso!) dal corpo venerato nel santuario sul Sinai (la reliquia sta nel tesoro della Basilica). L’interno è invece fatto affrescare nella versione attuale, dopo la sua morte, dalla moglie Maria, dopo diverse vicissitudini politiche, e dal figlio Giovanni che completa anche la chiesa con una luminosa edicola ottagonale.

Dopo il 1460 si dissolve il principato di Taranto, cala il silenzio anche sulla chiesa di Santa Caterina. Un silenzio che ha cominciato a dissiparsi solo in tempi recenti, anche grazie a studi e campagne di restauro. Ma il tesoro attende ancora di rivelarsi nella sua interezza alla cultura nazionale e al turismo internazionale che ha scoperto il Salento e la Puglia intera.

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