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- GIUGNO 2017 -
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Luoghi
La Grande Bellezza del faro di Leuca A 102 metri d’altezza sul livello del mare sembra spalancare le braccia ad altri mari lontani.
Tra gli altri fascinosi fari del Sud della Puglia spiccano quelli di Taranto, Gallipoli e Punta Palascia
di Enrica Simonetti
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Santa Maria di Leuca (Lecce). Il faro. Foto di Nicola Amato

Provate per un attimo a chiudere gli occhi e a pensare alla vostra idea di faro: c’è chi sognerà una torre battuta dai marosi, chi immaginerà un bagliore nel buio o una casa con una lanterna o una lampada antica e solitaria… I fari sono tanti e diversi nel nostro immaginario, ma anche nella realtà. Oltre cento sono i più importanti sparsi sulle nostre coste, ma il numero sale a mille se contiamo anche i fanali, le mede, tutte le luci e i segnalamenti che costellano la navigazione; oggi potremmo dire che – per chi va per mare con il Gps – la funzione delle lanterne si è un po’ spenta, ma questo non è vero perché il faro continua a rappresentare un punto di riferimento, una guida, una torre capace di parlare un linguaggio silenzioso fatto di luci ed eclissi di fronte al quale nessuno resta indifferente.

La carica simbolica dei fari fa parte della loro storia, della loro essenza. E a Sud, al Tacco d’Italia, questo fascino sembra caricarsi di ulteriori suggestioni, perché qui l’Europa finisce, o forse comincia, e le Terre di Passaggio sono da sempre uniche, ricche di quella commistione di identità che le fa speciali.

Arriviamo a Leuca. Il nostro sguardo è colmo di sorprese, tanto che non sappiamo se restare ammaliati dall’orizzonte azzurro, dalle scogliere brulle e selvagge o dalle cupole raffinate delle ville d’epoca. Ad ogni passo, il paesaggio è diverso. Eccoci davanti al piccolo giardinetto che ci separa dalla torre del faro: appena il cancello si apre, capiamo che stiamo per entrare in un mondo a parte. Saliamo per la scala a chiocciola che porta in cima alla lanterna. Lo spazio è esiguo e proviamo sentimenti contrastanti, dato che sentiamo poca aria intorno a noi e tanta immensità al di là di noi, soprattutto se guardiamo oltre le finestre della torre. Quando ci affacciamo dal piccolo “ballatoio” che corre in cima al faro, tutte queste sensazioni si moltiplicano: una Grande Bellezza che sa di orizzonti infiniti ma anche di immediata concretezza, perché intorno c’è il Tutto e il Nulla. Nelle giornate terse, l’altra sponda, l’Oriente, sembrano a portata di mano e ai piedi del faro si snoda quel Finis Terrae che ci rimanda agli antichi pellegrinaggi e alle architetture di secoli e secoli fa. Anche la torre di Leuca ha la sua architettura imponente da sfoggiare, un’eleganza che si dissolve fino a scomparire nella notte, quando su tutto domina il raggio di luce del faro.

Ora che questo faro compie i suoi primi 150 anni di vita non si può non andare indietro a ciò che è stato, ai tempi post Unità d’Italia, in cui le coste del Sud cominciarono a realizzare quel bisogno di “luce” che altrove era già in atto. Risalgono a questi anni le costruzioni di alcuni fari del Mezzogiorno, il cui sviluppo corre pari a quello delle economie, dei commerci, della navigazione. Davanti al faro, l’incrocio dei due mari – lo Ionio e l’Adriatico – continua ad essere un punto indicato per convenzione al 40mo parallelo, ma si ammanta di tanti altri significati, perché è il Tacco d’Italia, è il Paradiso che si apre tra il Salento e i monti dell’Albania o le gli scogli di Corfù. Un “qui e altrove” al di sopra del quale c’è proprio la lanterna, affacciata a 102 metri di altezza sul livello del mare, capace di arrivare fino a 25 miglia di distanza con una “portata geografica” – come si chiama in gergo la sua intensità – che sembra lanciare braccia accoglienti verso gli altri mari lontani.

Torri candide e storie antiche e moderne. La Puglia pullula di questi fari “da museo”, da quello di Taranto – che sorge sull’antico Capo Sancti Viti – a quello di Gallipoli, sull’isola di S. Andrea. Tutti meriterebbero un futuro più certo. Oltre a Leuca, anche la lanterna di Capo d’Otranto sulla Punta di Palascìa è un luogo dal fascino unico: è il punto più a Oriente della nostra penisola e per arrivare al faro si calpesta un piccolo paradiso fatto di scogli, tratturi e vegetazione selvatica. Eppure questo faro datato 1850 e attivo dal 1867 ha rischiato di essere venduto a privati. Oggi è stato ristrutturato con fondi europei grazie anche all’interessamento del Comune di Otranto, dopo una lunga battaglia ambientalista. È sede di un osservatorio ed è affidato all’Università di Lecce, ora al centro di nuovi interventi strutturali e di manutenzione.

Risalendo l’Adriatico, troviamo il faro di Molfetta (uno dei più antichi insieme a quello di Barletta che è datato 1807) e le torri in pietra che hanno accompagnato tante navigazioni, seguendo dall’alto, con il loro raggio sull’acqua. E poi le isole Tremiti: a San Domino, la lanterna è rimasta danneggiata nel 1987 da un misterioso attentato messo in atto nell’epoca in cui l’Italia era minacciata da Gheddafi ed è rimasta com’era, sola, poco curata, ma ugualmente al centro di un panorama esclusivo.

Si viaggia tra coste e torri e si pensa a quanto si potrebbe fare per far conoscere i nostri bellissimi fari: all’estero diventano contenitori culturali, vengono visitati e riutilizzati. Da noi solo negli ultimi tempi si sta svegliando l’interesse e l’Agenzia del Demanio ha cominciato a diffondere un Piano che apre a progetti e iniziative. E perché non far nascere proprio in Puglia il primo Museo dei Fari italiani?

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