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- GIUGNO 2017 -
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Luoghi
Turi
Ricordando quel borgo e quella grotta di Sant’Oronzo…
Le emozioni dell’infanzia vissuta a Turi nel ricordo dell’economista Vito Spada.
Le tradizioni e le leggende legate a Sant’Oronzo, la chiesa di San Domenico, il collegio degli Scolopi, il Palazzo Marchesale.
…E quell’orizzonte limitato ma rassicurante di un piccolo paese
di Vito Spada
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Turi (Bari). La Torre dell'Orologio.
Foto Archivio Fotogramma

Scrivere significa spesso cercare se stessi. Quando si scrive del paese natio è inevitabile che la memoria vada agli anni “fantastici” della fanciullezza vissuta nel luogo familiare del borgo e della comunità che ci hanno visto crescere. Tutto il passato assume necessariamente la forma di una lente che ingrandisce e preserva, con la patina malinconica e rassicurante del tempo, le nostre esperienze che si aprono alla realtà e al mondo che ci circonda. Viviamo, apprendiamo, sperimentiamo la vita dentro le strade, le piazze, le case, le tradizioni dei paesi in cui nasciamo e queste diventano per noi la realtà e il riferimento costante della nostra vita di adulti. Siamo in qualche modo prigionieri dei nostri ricordi, delle nostre passate sorprese sulla vita che si svolge dinanzi a noi nel suo scorrere infinito, dentro un orizzonte limitato che ci condiziona e nutre, ci affascina e consola, ci rende insoddisfatti e speranzosi, formandoci come uomini per il domani. Il paese è tutto questo.

Il mio paese, Turi, è un piccolo borgo di provincia tutto avviluppato nella sua attività agricola e contadina, una vita difficile e severa che ha disegnato il carattere della sua gente e delle sue tradizioni. Quella della storia di Sant’Oronzo e della sua presenza nel Paese è una delle più importanti e sentite ancora oggi. La chiesa dedicata al santo che i turesi chiamano il “Cappellone” è addossata al cimitero alla fine del lungo viale di immobili cipressi che accompagnano il visitatore verso la quiete assoluta, fuori dai rumori della strada e della civiltà. Qui la chiesa, costruita sulla grotta scoperta nel 1658 dove si dice si rifugiasse il santo vescovo Oronzo, si presenta nella sua forma di croce greca con la severità e semplicità del luogo del riposo eterno. La mia memoria va al ragazzino in pantaloncini corti che, in una delle luminose e calde giornate estive, entra nella chiesa deserta e inizia a scendere quelle scale silenziose e buie che portano verso la grotta. Nel silenzio assoluto del posto, i passi dei suoi sandali scuotono l’aria immota e quella discesa, all’inizio decisa, verso il sottosuolo, diventa incerta per il timore crescente di essere inghiottiti dal buio che si intravede. Un altro portale schiude adesso la discesa ancora più ripida e più buia. Vincendo il timore quasi naturale di quel luogo magico il ragazzo si avventura nell’antro sino alla fine, dove un piccolo lucernaio illumina un povero altare che resiste al tempo. È lì che s’immagina il vescovo Oronzo officiare la sua preghiera all’Altissimo, nella nuda semplicità della pietra come nella tradizione cristiana delle catacombe. Le voci popolari di cunicoli sotterranei che collegano la grotta al centro del paese aumentano in quel ragazzino il senso del mistero.

E poi la memoria va alle serate quiete senza traffico della fine degli anni 50, quando le famiglie cenavano all’aperto sull’uscio di casa, con la cena frugale contadina di peperoni, pomodori e melanzane mentre i ragazzi, in bicicletta, sfrecciavano sullo “stradone” di via V. Orlandi, passando poi dinanzi alla chiesa seicentesca di San Domenico, con il suo bellissimo altare barocco, la sua sacrestia e il coro con i confratelli della congrega a discutere del bilancio parrocchiale. Il collegio degli Scolopi, che ospita oggi il Municipio, con l’opera meritoria di istruzione dei frati per i meno abbienti, il collegio dei Francescani della chiesa di San Giovanni, poi usato come ospedale fino agli anni 60, la chiesetta di San Rocco, con la tradizione della processione dell’Annunziata, erano la cornice ideale per il circuito ciclistico.

Non solo chiese, anche la Turi laica prende forma nella memoria. L’enorme Palazzo Marchesale prima della famiglia Moles e poi dei Venusio, suscita la stessa meraviglia nel ragazzino che confronta quella costruzione con le piccole e modeste case del paese che rivendicano la loro nobiltà per il duro lavoro e per i sacrifici economici sostenuti. E come non ricordare la Torre dell’Orologio che sovrasta con la sua mole severa piazza San Giovanni, il luogo dell’incontro e delle trattative di lavoro in tutti quegli anni. E proprio accanto alla piazza, il carcere ci ricorda le ferree regole della legge e delle sue distorte applicazioni come la persecuzione degli oppositori politici. Gramsci e Pertini sono stati rinchiusi in quelle stanze che risuonano di dolore e rimpianti.

Sono le strade anguste e silenziose del vecchio abitato che bisogna frequentare per comprendere la differenza fra il passato e la modernità. È in quell’atmosfera semplice e severa, con le sue limitazioni, ristrettezze e povertà, dove il ricordo di una radio ad alto volume riempiva in passato quelle strade silenziose con i suoni e le notizie distanti della modernità ricercata e sospirata, che risiedono i ricordi di un uomo che è stato un ragazzino pregno di tutta quella vita paesana e tuttavia voglioso di conoscere il mondo con le sue allettanti promesse e con le sue inevitabili illusioni.

DOVE: Turi (BA)

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