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Luoghi
Cavallino
I mille volti della storia
A soli cinque chilometri da Lecce è il paese che diede i natali a Sigismondo Castromediano, archeologo di fama, patriota e martire del Risorgimento.
Non solo interessanti architetture seicentesche ma anche un Museo Diffuso di 69 ettari, con vestigia del quinto secolo a.C.
di Lino Patruno
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Cavallino (Lecce). Piazza Castromediano. In primo piano, sulla destra, il Pozzo di San Domenico

Basta guardare la piazza di Cavallino per capire cosa significhi qualità della vita. Per capire perché tanti cerchino il loro “buen retiro” lontano dalla pazza folla delle grandi città. Per capire perché cultura, arte e tradizione possano essere l’Arca di Noè dello sfiduciato futuro. Per capire perché Puglia e Mezzogiorno siano l’ultimo lembo di umanità nel Mediterraneo dove sono nate le religioni e le civiltà. Per capire perché posti come questo conservino il segreto del senso di una esistenza che lo ha perduto. Per capire perché il tempo lento meridiano non sia una malattia. Per capire perché la bellezza ci salverà.

E se una chiesa e un castello sono il biglietto da visita del Sud da cartolina, anche a Cavallino lo sono. L’una a cospetto dell’altro. Il campanile secondo in altezza solo al Duomo di Lecce. Il castello con tanto di merli e petriere a ricordare la gloria passata. E senza che si guardino in cagnesco di fronte alla fontana monumentale, tutt’altro che don Camillo e Peppone. Perché il castello è stato la dimora dei marchesi Castromediano, compreso quel Sigismondo non solo orgoglio locale, grande archeologo nazionale oltre che patriota e martire del Risorgimento. E perché la chiesa dell’Assunta conserva i resti della tenera storia d’amore di uno dei Castromediano.

Correvano gli anni d’inizio 1600 quando Francesco volle seppellirvi la moglie Beatrice, morta in giovanissima età. Ma prima le estrasse il cuore, fatto racchiudere in una urna d’argento. E in un’altra urna d’argento fu messo anche il suo cuore quando la raggiunse nella morte. Insieme per l’eternità.

Il fatto è che Cavallino, cinque chilometri da Lecce, conserva tutti i segni di un’antica saggezza. Antica quanto la sua storia. Una storia che però nasconde un mistero sia quando nacque sia quando si estinse: potenza di un Salento da scoprire ogni volta come la prima volta. Era un centro messapico secoli prima di Cristo. Non si sa ancora oggi dei Messapi tanto quanto si sa della loro potenza e del loro sviluppo. Non del tutto decifrata la loro scrittura. Ma soprattutto non decifrato affatto come finì una cittadina la cui presenza è testimoniata fra l’altro dalle mura megalitiche e dalle tombe.

Anche per chiederselo e per mostrare il suo mistero al viandante, Cavallino ha creato un gioiello come il Museo Diffuso. Un balcone sulla storia. Grande costruzione, con copertura in policarbonato, dalla quale lo sguardo può spaziare sull’intero sito archeologico. Sono 69 ettari che si dipanano con i resti di case, strade, fossati, fortificazioni, depositi d’acqua. E un totem multimediale che racconta. Sembra di vederli i fantasmi della gente che fu, sembra di vederle le loro giornate. E sembra che i loro occhi ci interroghino su quei momenti fatali in cui tutto finì. Su quel primo trentennio del quinto secolo avanti Cristo.

Le mura distrutte e rovesciate nel fossato. E lì anche i cippi dopo essere stati spezzati volontariamente. Pareti delle abitazioni con tracce di bruciato. Cisterne riempite di pietre perché non potessero più essere utilizzate. E tutta l’aria di un precipitoso abbandono chissà sotto quale minaccia, chissà di fronte a quale violenza. Vicine erano le città di Rudiae e Lupiae: ne sanno qualcosa loro?

Ma il tempo, come si dice, è galantuomo. Né bisogna fare molto caso a una leggenda nera che insegue Cavallino e i Castromediano. Si dice che siano votati alla disgrazia da quando nel castello la statua della Fortuna cadde da una mensola. Anzi colpevoli sarebbero stati ai primi del 1800 i soldati francesi per sedare una rivolta in seguito all’abolizione dei feudi. Si vuole che sia poi stato nel 1881 lo stesso Sigismondo Castromediano a scrivere con mano tremante un’epigrafe nella quale preconizzava la fine della sua famiglia e delle sorti magnifiche e progressive di Cavallino.

Per fortuna (è il caso di dirlo) si sbagliava. Oggi Cavallino vive di un’ottima e abbondante vita culturale anzitutto, tra spettacoli e teatro, grazie alla continua spinta dell’assessorato diretto dall’esperienza e dall’inventiva di una personalità come l’on. Ninì Gorgoni. Ma Cavallino è non da meno il posto dove un giorno devi andare, per non pentirsi poi di non esserci andati.

DOVE: Cavallino (LE)

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