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- AGOSTO 2017 -
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Lecce, il barocco dell’anima Il suo centro storico è un salotto incantato e i leccesi sono tutti forma ed estetica. Tra gusto di vivere, eleganza e finzione di Lino Patruno
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Lecce. Palazzo Marrese, dettaglio.
Da: Splendida Lecce di Mario De Marco, Capone Editore, 2010. Per gentile concessione di Capone Editore

Si è scritto che Lecce è il Capriccio di Puglia, ed è vero. Nulla somiglia a Lecce nella Puglia razionale e geometrica e illuministica. Perché qui spira sempre l’aria aristocratica della famosa battuta “Lecce città d’arte, se ne fotte di chi viene e di chi parte”, rivolta al peraltro salentinissimo Achille Starace, responsabile della propaganda del fascismo. Volevano fargli capire il complesso di superiorità verso ogni bassezza. E verso qualsiasi cosa che non abbia il segno del bello e di un certo pigro autocompiacimento, un amore verso se stessa un po’ provinciale ma in fondo comprensibile.

Questo avviene quando si è definiti “Firenze del Sud”. O “Atene di Puglia”. Quando si ha un centro storico che è un salotto incantato. Pervaso di un barocco dell’anima che somiglia tanto al carattere dei leccesi che né il barocco né i leccesi avrebbero potuto essere in un altro posto.

Come il barocco è svolazzo e leziosità, così i leccesi sono morbidi e allusivi. Come il barocco è stremata cura del particolare, così i leccesi sono capziosi e minuziosi. Come il barocco è piacere dell’apparire, così i leccesi sono tutti forma ed estetica. Anche la preziosa cartapesta locale è tutta involucro come il barocco è tutto facciata e vuoto dietro. Un barocco avvolgente e sfuggente come un carattere. E leccesi capaci di adattarsi a tempi e persone come la pietra locale dolce di miele si è adattata all’inventiva degli artigiani e del loro cesello sprizzante un tumulto dell’immaginazione, spumeggiante e vermicolante come uno sciame d’api.

Erano artigiani che scolpivano come cantavano, spiritualità festaiola e ironica. Un carnevale di pietra, quasi una rivalsa sul tremendismo della Controriforma cattolica che produceva roghi non merletti. Una sensuale allegria, trasgressione con lo sberleffo: ecco la salentinità sale della terra, che vuol dire gusto di vivere. Tra eleganza e finzione.

Allora non resta che traversarla, questa bellezza. E non solo piazza del Duomo, fra le più sontuose d’Italia, teatro delle fastose coreografie religiose e mondane secentesche. Non solo quel sortilegio che è la basilica di Santa Croce, un uragano di fantasia che ti prende allo stomaco. Non solo quell’antologia di storia che è piazza Sant’Oronzo. Ma palazzetti e palazzotti, archi e portoni, balconi e loggiati, cortili fioriti e scalinate: la Lecce più segreta di una nobiltà della terra che conta ancora tanto blasonate famiglie dagli illustri natali quanto residenze padronali. Un’atmosfera civettuola che prende tutt’intorno e fa sembrare stanza buona ogni piazzetta e ogni scorcio nascosto.

Non meraviglia allora che la prima vera arte di questa città sia passeggiare e conversare. In ossequio ai versi del poeta cittadino Vittorio Bodini, passi felpati e indifferenti al mondo perché “un’aria mite e senza fretta s’intrattiene in quel regno”. E i bar, i bar. Seduti al bar i leccesi “parlano di se stessi e sparlano degli altri, con la disistima alla base di ogni profonda amicizia”, come diceva il pittore futurista Mino Delle Site. Il sacro rito della chiacchiera. Lo sfinimento del tirar tardi della movida dei giovani.

Finché, gironzolando e chiacchierando con la voce bassa di qui per non disturbare l’arte che è intorno, la prima livida luce dell’alba sorprende la città. E il sole indora tutto. E l’abbagliante luce mediterranea trafigge tanta bellezza che tutta insieme solo un dio poté volere.

DOVE: Lecce

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