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- FEBBRAIO 2017 -
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Luoghi
Vieste
Dove la natura sfolgorante fa sognare un’estate eterna
Una spiaggia di oltre tre chilometri con l’imponente monolito del Pizzomunno.
A sedurre il visitatore anche storia, leggende e un incantevole centro storico
di Lino Patruno
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Vieste (Foggia). Baia San Felice. Foto Archivio Fotogramma

Fino a Vieste, il Gargano è tutto una cavalcata mozzafiato, lungo una strada fra le più vertiginose e belle del mondo, come la messicana Cuernavaca-Acapulco, la giapponese Shikoku, la greca Atene-Capo Sunion, la salentina Otranto-Santa Maria di Leuca. Un inseguimento di scorci indimenticabili, spesso senza altri segni dell’uomo se non il suo stupore. Passando anzitutto per Pugnochiuso.

Questa sola baia potrebbe fare la fortuna di qualsiasi posto della Terra. Tra cronaca, favola e leggenda, si racconta che negli anni Cinquanta del secolo scorso alcuni ingegneri dell’Eni capitarono da queste parti. L’azienda petrolifera voleva diversificare la sua attività e cercava un posto per fare turismo. Ne avevano sentito parlare, ma la realtà superò l’immaginazione.

Due pescatori, i fratelli Michele e Santinuccio Trimigno, li portarono in barca per grotte delle quali conoscevano ogni segreto. Con la pazienza dei millenni, venti e acque avevano eroso la roccia come nessun artista sarebbe mai stato capace, aggiungendoci il tocco finale dei mille riflessi del sole. Non avrebbero più voluto ripartire, gli ingegneri ammaliati. Eppure è solo l’inizio di un incantesimo che porta infine a Vieste.

L’ora fatale di Vieste è il pomeriggio calante, quando tutto è più dolce, anche il calore. Andiamo all’ombra di un pino. Eccoli lì, i superstiti angoli inaccessibili al Lunapark delle vacanze, da raggiungere con la levità dei primi ominidi, quando il settimo giorno era da poco passato. La roccia tagliata a vivo, il mare fermo della creazione, il cielo a bocca aperta. E la sensazione dei grandi orizzonti laddove villaggi e camping non la hanno fatta troppo da padroni, la residua lingua di sabbia dove calano soltanto gli uccelli e sopravvive l’ultimo possibile abbraccio con la natura proprio come quando ogni cosa cominciò.

Fra scogli imponenti come cattedrali, svetta Pizzomunno, testa del mondo, gigantesco monolito alto quattro piani, la punta a guglia, un pezzo di carne staccato dal costone. E una volta all’anno torna uomo qual era per cercare e non più trovare la sua amata Cristalda figlia degli dèi. Questa è la spiaggia di mezzogiorno, ricca di sabbia a livelli esotici, larga fino a 80 metri, lunga oltre tre chilometri, solcata da sette ruscelletti di acqua salmastra dall’ancora incerta origine.

Grazia orientale, stradine contorte e piccoli archi conserva la città vecchia: uno dei cento meravigliosi centri storici di Puglia. Dove il tempo lento è umanesimo altrove smarrito. E dove l’accoglienza è legge non scritta. E sotto la cattedrale, la “chianca amara” fatta di dolore e di paura, brandello dell’eterno incubo di queste contrade, il “mamma li turchi” risuonato per secoli, l’arrivo dell’ottomano invasore. Si narra che su questa pietra il corsaro Dragut Rais decapitò i cristiani “infedeli”.

Era l’agosto del 1620 e seimila turchi, sbarcati da 52 galee, “barbari, moreschi e rinnegati, si diedero alla rapina e fuogo, bruggiando i tetti. E alla tre hore di notte dell’istesso martedì, l’Armata, ricca di preda, superba la vittoria, spiegò le vele verso Costantinopoli, solcando e signoreggiando l’Adriatico”. Vennero quindi i Veneziani della Serenissima a mettere infine in fuga i Saraceni, temendo che passo passo per l’Adriatico gli giungessero sotto casa.

Ora neanche Vieste ha saputo difendersi dai nuovi invasori, l’assalto di massa dove dovrebbe dominare solo la grazia: “mamma li ombrelloni”. Eppure anche su questo scorcio di Gargano, ciascuno può ancora starsene “trafitto da un raggio di sole”, ancora qui “al navigante s’intenerisce il core”. Perché sempre questo è, nonostante tutto, Vieste: il sogno impossibile di un’estate eterna.

DOVE: Vieste (Foggia)

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