
Atmosfera da fiaba nel paese dei trulli Sono stati dichiarati dall’UNESCO “patrimonio dell’umanità”.
Freschi d’estate e caldi d’inverno sono il miracolo di un’architettura semplice e geniale di Lino Patruno
Alberobello. I caratteristici trulli. Foto Archivio Fotogramma
E all’improvviso nella Valle d’Itria ecco spuntare case di fiaba. “Mi sveglio e vedo un paese di sogno, come se dormissi tuttavia”, scrisse incantato Gabriele D’Annunzio davanti ai trulli di Alberobello. E lo storico dell’arte Cesare Brandi li immaginò come gonfi “seni puntuti” protesi al cielo, “grande accampamento calcareo festoso come un girotondo di bimbi”. Un paesaggio figlio “di un Andersen mediterraneo” per lo scrittore pugliese Giuseppe Cassieri, “con quei birilli che contrabbandano case”. E “tende pietrificate” per l’altro scrittore pugliese Aldo Bello. Eccoli, “adagiati come ninnoli di bambole tra giardini e vigneti” esclama il saggista Livio Guidotti. E per il giornalista e scrittore Paolo Monelli “damigiane parevano, un enorme deposito di damigiane di questo vino di Puglia così fervido e generoso”. Mentre infine lo sguardo del viaggiatore ottocentesco francese Berteaux incontra “bizzarri chioschi costruiti fra gli alberi: tronchi di cono, spettri di un’epoca dimenticata”.
Eppure mai tanta casualità fece nascere il patrimonio dell’umanità dei trulli, un bene definito unico e irripetibile dall’Unesco e come tale protetto. Pare che si debba tutto a un tipaccio come Giangirolamo Acquaviva d’Aragona, conte di Conversano detto il Guercio. Il quale, volendo andare a caccia e affrancarsi dalla corte di Napoli, impose ai suoi sudditi di costruire abitazioni che all’occorrenza potessero subito essere “sgarrate” in caso di controllo per non pagare tasse. Quindi pietre a secco con assoluto divieto di malta. Anni fra 1400 e 1500.
Senza volerlo fu un miracolo. I trulli sono un sortilegio dell’architettura, soluzione povera e geniale con quella pietra un tempo straripante e senza prezzo. Lamine poggiate a mensola una sull’altra, in cerchi sempre più stretti fino all’imbuto finale. Un capolavoro della statica. Con una camera ad aria che si forma fra una chianca e l’altra ad assorbire gli sbalzi di temperatura e a mantenerla costante. Così i trulli, freschi d’estate e caldi d’inverno, sono il primo esempio di coibentazione naturale. E la cosiddetta “passività” della struttura è in grado di assorbire anche le scosse più violente di terremoto. Si racconta che le raffiche di un ciclone gli girarono attorno dissolvendosi in un ululo di rabbia.
Nulla è oggi più ricercato in Puglia da un turismo sempre più votato alla semplicità e alla genuinità della natura. Ma nulla è più minacciato dalla speculazione, dalla scomparsa dei trullari, dal diradarsi della pietra calcarea, dall’incultura spiccia e consumistica. Un mondo irreale e dolce come una carezza, un simbolo della spiritualità del “tempo lento”, di un tempo da conservare. Tanta ingenua struggente perfezione da sfiorare la trascendenza.
Il trullo era una dimora autosufficiente per la vita e il lavoro degli uomini e degli animali. Con uno schema quasi irridente nella ripartizione interna degli spazi che poco ha da invidiare alle più ricercate soluzioni dei moderni arredatori. E quei misteriosi simboli sui coni sono una lode al Signore o una invocazione di protezione rivolta al Sole. I trulli di Alberobello e della Valle d’Itria come recesso di silenzio e di bellezza, una “Venezia della pietra” a gloria eterna della Puglia.
DOVE: Alberobello (Bari)
Google maps

