
La Parigi del Mediterraneo Commercio e cultura, chiese, palazzi sfarzosi e la grande muraglia sul mare. Una città piena di contraddizioni e di incontenibile vitalità di Lino Patruno
Bari. Lungomare. Foto Archivio Fotogramma
Non si sa se un uomo in frac girando va quando a Bari si spengono le luci dell’ultimo caffè. Ma di sicuro neanche la notte fa tacere un ronzio che qui non cessa mai. È il motore sempre acceso della città. Perché Bari sta sempre a inventarsene una, un’energia vitale addirittura barbara. Se incontri un barese senza aver letto le istruzioni per l’uso, devi proteggerti dall’onda d’urto. Veloce, pratico, sbrigativo, essenziale fino alla rudezza, mai popolo fu più levantino e meno bizantino. Il levantinismo beffardo di chi capisce subito il vento e vi si adatta approfittandone. Cogliendolo.
Anche Bari somiglia ai suoi baresi del fare. Un esempio di razionalità figlia di quell’illuminismo che il francese Gioacchino Murat portò qui a inizio ’800. Se si vede Bari dall’alto, il reticolo delle sue strade apparirà perfetto come un teorema matematico. Tanto da dire che “se Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Bari”. E pure il romanico della sua bellissima cattedrale e della non meno monumentale basilica di San Nicola è un inno alla purezza senza fronzoli delle linee. Cercare qui una curva invece di un angolo è inutile. Spigoli invece di morbidezze. Come è vano aspettarsi una piazza: sarebbe un lusso, anzi uno spreco di spazio. E di tutto il barese può fare, tranne che sprecare. Meno che mai quando è in gioco, come si continua a dire, la lira: una cosa serissima. Niente sentimenti.
Anche il suo santo patrono, quel san Nicola che è il santo più conosciuto al mondo, Bari se lo andò a rubare in un tempo di gran traffico di sacre reliquie. Certo li animava la fede, ma anche gli affari che quelle sante ossa avrebbero portato. Guarda guarda, la caravella che condusse al furto i 62 marinai è la stessa ora simbolo della Fiera del Levante. Sacro e profano insieme, il diavolo del commercio e l’acqua santa insieme davanti a quel mare che per Bari è un destino.
Il mare dà sollievo alla vita. Ma il mare è sempre stato per Bari e i baresi anche le colonne d’Ercole da superare. Perché l’intraprendenza di qui è proverbiale. Ovunque al mondo sentirete la parlata smozzicata (altro risparmio) di questa gente tanto sicura di sé da non poter avere ironia e tanto spiantata da non poter avere malinconia. Ma questa città con la valigia sempre alla mano non è soltanto vele al vento, azzurro delle onde. Bari è anche concretezza dei muretti a secco, verde degli ulivi. È quell’attaccamento contadino alla “roba” che ne ha fatto la fortuna commerciale.
Il centro di Bari non è un centro qualsiasi. È uno show room, una città-vetrina scintillante di insegne una fianco all’altra come gli stand di un’esposizione permanente. E questi bottegai seducenti come sirene e graffianti come bucanieri fecero appunto scrivere a uno storico medievale che “barensis nisi negoziat moritur,” se non negoziano muoiono. E c’è chi aggiunge che se san Francesco fosse passato da queste parti, si sarebbe messo a vendere stoffe. Sono del resto i nipoti sia dei marinai di san Nicola sia di quei loro colleghi che crearono un simbolo della città come il teatro Petruzzelli. Un inno all’arte, certo, ma anche a se stessi. Un palcoscenico che ha portato Bari alla fama mondiale prima dell’orrendo foco che lo ridusse in cenere tenendolo chiuso per diciott’anni.
Il Petruzzelli e gli altri splendidi palazzi della Banca d’Italia e della Camera di Commercio sono il gran sipario di Bari verso il mare, completato dal teatro Margherita e soprattutto da una fra le più suggestive passeggiate mai viste. È la cosiddetta Muraglia, che avvolge tutto attorno e difendeva il cuore antico della città. Bari vecchia, fra le città vecchie più belle al mondo. Viuzze, archi, corti, dimore, chiese (più di cento) che hanno visto passare longobardi e bizantini, arabi e normanni, svevi e angioini, aragonesi e spagnoli, austriaci e francesi. E si ode sferragliare un crociato attardato alla partenza per la Terrasanta. Uno scambio di civiltà, lingue, costumi che è sempre stato la ricchezza di una città aperta al mare. E nel suo arcigno castello vissero gli Sforza con quella Bona che divenne poi regina di Polonia.
Bari ha tutto per essere la capitale mediterranea che ancòra non è. È la più grande città dell’Adriatico. E dell’Adriatico è il più grande porto passeggeri. Ha la quarta più frequentata università d’Italia e l’unico Politecnico del Sud. La sua Casa editrice Laterza diffonde cultura da un secolo. E poi il solito ronzìo, la sua energia sotterranea. A far sempre capire che questa città mezza marinara mezza contadina, fra ansia di Ulisse e rigoroso senso del dovere, è come i baresi capace di tutto. Davvero di tutto.
DOVE: Bari
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